Il prezzo del rutenio triplica in un anno. La domanda si spacca fra il resistore più banale in commercio e i nodi logici sotto i tre nanometri; e l'offerta non riesce a starle dietro.
Il 13 marzo scorso il rutenio quotava 1.750 dollari l'oncia, secondo i prezzi di riferimento Johnson Matthey ripresi da LSEG. Un anno prima ne valeva 560. Il triplicarsi del prezzo di un metallo del gruppo del platino di cui quasi nessuno, fuori dal comparto dei componenti passivi, conosce il nome dovrebbe bastare a farne un caso. Il motivo per cui riguarda direttamente chi acquista componenti elettronici è più semplice di quanto sembri: il rutenio è l'elemento resistivo della pasta con cui si stampano i resistori chip a film spesso, la componente passiva più prodotta al mondo, misurata in migliaia di miliardi di pezzi l'anno, e presente in ogni scheda che esce da una linea SMT. Per decenni quasi tutta la domanda mondiale di rutenio è passata da lì. Oggi, però. le cose sono cambiate ed è questo il punto che rende la vicenda interessante.
Un metallo con due vite
Il rutenio resiste alla corrosione, è stabile a temperature estreme e conduce bene: proprietà queste che lo rendono difficile da sostituire nella pasta resistiva a base di ossido di rutenio impiegata nei resistori chip, dove regola con precisione il valore di resistenza attraverso lo spessore e la composizione dello strato depositato. È una tecnologia matura, sulla quale l'industria lavora da trent'anni, e proprio per questo che ogni oscillazione di prezzo del metallo si scarica quasi immediatamente su lead time e listini dei resistori — è già successo nel 2017 e nel 2018, con impennate che superarono il 270% in pochi mesi.
Quello che è cambiato negli ultimi tre anni è la seconda vita del metallo. Il rutenio si deposita infatti in strati sottilissimi sui piatti magnetici degli hard disk enterprise ed è proprio la crescita dello storage per i data center d'intelligenza artificiale (modelli sempre più grandi, che per l'addestramento e l'inferenza richiedono volumi di dati e quindi di spazio di archiviazione in costante crescita) a spiegare buona parte del balzo di domanda registrato a partire dal 2025 per questo elemento. Ma la crescita più interessante, dal punto di vista tecnico, riguarda la microelettronica di fascia più alta, non quella di massa. Sotto i tre nanometri il rame, che per trent'anni ha retto gli interconnect dei chip, perde efficienza: la sua resistività aumenta in modo sproporzionato quando le linee metalliche si restringono oltre il libero cammino medio degli elettroni nel materiale.
Il rutenio è dunque il candidato più avanzato per sostituire il rame in alcune applicazioni critiche. Imec ha presentato già nel 2022 rail di alimentazione sepolti in rutenio con una riduzione del 40% della resistenza a parità di area occupata; Intel Foundry ha presentato il rutenio sottrattivo come materiale chiave per i nodi futuri della sua roadmap di interconnessione e il gruppo di ricerca AlphaGalileo ha pubblicato a maggio di quest'anno un processo di nano-TSV in rutenio puro per la power delivery posteriore, con una resistività di 19,9 microohm per centimetro senza barriere tradizionali. È lo stesso schema di power delivery dal retro del wafer che TSMC, Intel e Samsung stanno introducendo tutte e tre contemporaneamente attorno al nodo a due nanometri.
Il rutenio, insomma, si trova oggi a fare da collo di bottiglia su entrambi gli estremi della produzione elettronica: nel resistore più commodity che esista e nell'interconnessione del chip logico più avanzato che si possa progettare.
Un'offerta che non può rispondere al prezzo
E qui arriva il problema strutturale, che è quello che distingue il rutenio da quasi ogni altra materia prima critica di cui abbiamo scritto nei precedenti articoli sulla geopolitica dei semiconduttori: non esiste, a livello industriale, una miniera di rutenio. Il metallo si estrae solo come sottoprodotto dell'estrazione di platino, palladio e nichel, il che significa che la sua offerta non risponde al prezzo — anche se il rutenio triplica, nessuno apre una nuova miniera per produrne di più, perché la decisione d'investimento dipende dall'economia del platino o del nichel, non dalla sua propria. Wilma Swarts, direttrice del comparto PGM di Metals Focus, prevede un deficit di mercato di 203.000 once per il 2026, numero enorme se paragonato a un mercato totale che si misura in poche centinaia di migliaia di once l'anno.
L'offerta primaria si concentra quasi per intero in due paesi. Il Sudafrica, che resta il maggiore produttore di platinoidi al mondo, anche se la produzione PGM sudafricana è scesa del 3,8% su base annua a gennaio 2025, secondo Statistics South Africa, e produttori come Northam Platinum attribuiscono il calo a un ventennio di sotto-investimento nell'apertura di nuove miniere — un problema che, per la natura pluriennale dei progetti minerari, non si risolve in tempi brevi, ai quali si aggiungono inoltre i blackout ricorrenti di Eskom e le tensioni sindacali che periodicamente fermano gli impianti.
La Russia è il secondo produttore, quasi interamente attraverso Norilsk Nickel, dove platino, palladio, rodio e rutenio emergono come sottoprodotti dei giacimenti complessi di rame-nichel della Siberia. Nornickel non è stata finora colpita direttamente da sanzioni sulla sua produzione e sulla vendita di platinoidi — a differenza di altre sue controllate, incluse nella lista del Tesoro USA dell'agosto 2024 — ma gli analisti la considerano un rischio sospeso: basterebbe l'inserimento di uno dei suoi maggiori azionisti nella lista SDN dell'OFAC per far scattare, tramite la regola del 50%, sanzioni dirette sull'intero gruppo. A completare il collo di bottiglia c'è poi la raffinazione, concentrata in pochissimi impianti — tra cui quello britannico a cui la sudafricana Sibanye-Stillwater esporta i propri concentrati — che non può assorbire aumenti improvvisi di volume anche quando la materia prima fosse disponibile.
Chi c'è davvero dietro il codice a catalogo
Il resistore a film spesso non è un'astrazione statistica: ha un produttore, un case size e un codice che chiunque lavori in ufficio tecnico riconosce a colpo d'occhio. Vishay, Yageo, KOA e ROHM sono i quattro nomi che dominano la produzione mondiale — gli stessi che Paumanok segue trimestre per trimestre nei suoi report di mercato — e i loro cataloghi mostrano quanto sia pervasiva la dipendenza dal rutenio: dalla serie 0402 fino alla 1206, con tolleranze all'1% e coefficienti di temperatura che vanno dai ±50 alle ±200 parti per milione, gran parte della gamma general purpose e buona parte delle serie qualificate AEC-Q200 per l'automotive passa dalla pasta di ossido di rutenio serigrafata su substrato di allumina. È questo lo stesso processo che, sostanzialmente immutato, il settore utilizza da trent'anni: cambiare fornitore non significa dunque uscire dall'esposizione al metallo, perché il fornitore alternativo lavora con la stessa chimica.
Una geografia industriale che non lascia scelta
C'è una ragione precisa per cui, quando il prezzo del rutenio sale, un compratore europeo non ha alternative geografiche a cui rivolgersi. La produzione di resistori chip a film spesso è concentrata quasi per intero in Cina e Giappone, con quote minori in Malesia, Thailandia, Corea del Sud e Filippine; piccole quantità destinate al mercato occidentale si fabbricano in Israele, ma negli Stati Uniti e in Europa la produzione è sostanzialmente assente, per via dei costi e del ritorno sull'investimento che il segmento commodity non giustifica più ormai da tempo. Significa che la filiera ha due colli di bottiglia sovrapposti e non uno: a monte, l'estrazione del metallo grezzo concentrata in Sudafrica e Russia; a valle, la trasformazione in componente concentrata in Asia orientale. Un buyer italiano non ha alcuna leva di diversificazione su nessuno dei due lati — può solo cambiare fornitore all'interno dello stesso bacino produttivo, non uscirne.
Il rutenio nelle liste strategiche
Dal 2023 i platinoidi come gruppo figurano tra le materie prime strategiche del Critical Raw Materials Act europeo, la stessa lista che comprende litio, cobalto, gallio e germanio — le materie su cui l'Unione ha fissato obiettivi vincolanti al 2030: almeno il 10% del consumo annuo estratto in Europa, il 40% lavorato in Europa, il 15% riciclato in Europa. Su nessuno di questi tre parametri il rutenio si avvicina anche solo lontanamente al bersaglio, e il Sudafrica da solo copre il 71% del fabbisogno europeo dell'intero gruppo dei platinoidi. Negli Stati Uniti il rutenio è stato inserito come elemento singolo nella lista dei minerali critici del Dipartimento dell'Interno solo nel 2022, insieme a platino, palladio, rodio e iridio — un riconoscimento tardivo questo rispetto alla sua rilevanza industriale, che riflette quanto a lungo il metallo sia rimasto sotto la soglia di attenzione regolatoria nonostante fosse già, all'epoca, la materia prima critica di ogni singolo resistore a film spesso prodotto al mondo.
Una via di uscita parziale: il riciclo
L'unica leva che mancava finora è anche l'unica che oggi offre un margine di manovra reale dal lato della domanda. Umicore recupera rutenio da catalizzatori esausti, elettronica di scarto e sottoprodotti industriali nel proprio impianto di raffinazione di Hoboken, in Belgio, attraverso un processo che combina pirometallurgia e idrometallurgia — una capacità di riciclo europea che esiste già, anche se resta piccola rispetto ai volumi in gioco. Sullo stesso fronte l'Unione Europea ha finanziato con Horizon 2020 il progetto PLATIRUS, che ha messo insieme Johnson Matthey, Stellantis, Ford e diversi centri di ricerca proprio per sviluppare tecnologie di recupero dei platinoidi da marmitte catalitiche esauste e rifiuti elettronici più efficienti di quelle attuali. È un canale che oggi pesa poco sul bilancio complessivo dell'offerta, ma è anche l'unico dei quattro elementi di questo approfondimento su cui l'Europa ha già una posizione industriale propria, invece di dipendere per intero da Pretoria e Mosca.
Cosa significa per chi acquista
Per un ufficio acquisti italiano che ordina resistori chip, il rutenio è oggi un rischio invisibile per due ragioni che si sommano invece di compensarsi. La prima è che la domanda della componentistica di massa e quella dei nodi logici più avanzati competono ormai per lo stesso metallo scarso, invece di restare su mercati separati come accadeva quando il rutenio serviva quasi solo ai resistori. La seconda è che l'unica leva di mitigazione nota — il passaggio ai resistori chip a film sottile, a base di nichel-cromo anziché di rutenio — resta un ripiego parziale: costa di più, ha economie di scala molto più piccole di quelle del film spesso e in alcune fasce di valore e formato non è nemmeno disponibile come sostituto diretto. Non è un caso che gli analisti di mercato abbiano iniziato a descrivere il rutenio come un "proxy" del boom dell'intelligenza artificiale, al pari di rame e uranio: il rischio è però che, come per quei due metalli, la domanda strutturale finisca per correre più veloce di quanto un'offerta legata a doppio filo a un sottoprodotto minerario possa mai fare.
Insomma, si guardi al rutenio con attenzione, perché il futuro prossimo dell’elettronica passerà anche e soprattutto da lì.
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