Record TSMC, Cina al 41%: il grande scisma dei semiconduttori

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In una sola settimana, due numeri straordinari hanno fotografato lo stesso fenomeno da prospettive opposte. Insieme, raccontano la biforcazione definitiva del mondo dei semiconduttori.

Nella stessa settimana sono arrivati due numeri che quasi nessuno ha accostato. Il primo: TSMC ha annunciato il miglior trimestre della sua storia — 35,9 miliardi di dollari di fatturato, +40,6% rispetto all’anno precedente, margine netto al 50,5%. Il secondo: le aziende cinesi controllano già il 41% del proprio mercato domestico di chip per intelligenza artificiale. Secondo un’analisi di Morgan Stanley citata da The Wire China si prevede che quella quota raggiunga il 76% entro il 2030.

Sembrano storie separate, ma non lo sono. 

La crescita che non racconta tutto

Il primo trimestre 2026 di TSMC è stato eccezionale per ogni metrica che si voglia considerare. L’utile netto è cresciuto del 58,3% su base annua, con un margine lordo del 66,2%: una redditività senza paragoni nel manifatturiero avanzato mondiale. Il CEO C.C. Wei, nella conference call del 16 aprile, ha confermato la domanda AI come «molto forte» e ha ribadito l’obiettivo di raddoppiare i ricavi AI nell’anno in corso. I nodi avanzati a 3 nm e 5 nm hanno generato oltre il 60% del fatturato totale.

Ma in questo quadro luminoso c’è un dettaglio che il comunicato non mette in primo piano: la Cina non c’è. NVIDIA ha scritto nel proprio bilancio annuale FY2026 di essere "di fatto esclusa dal mercato cinese dei data center". Le vendite H200, autorizzate dall’amministrazione Trump a dicembre 2025 con una quota del 25% dei proventi riservata al governo americano, rimangono di fatto bloccate, paralizzate da iter di approvazione che si inceppano su entrambi i fronti. Due milioni di unità ordinate da clienti cinesi. Nessuna ancora consegnata.

TSMC ha quindi registrato il miglior trimestre della sua storia in un contesto in cui la Cina non acquista chip avanzati attraverso i canali consueti. È una notizia straordinariamente positiva se letta come resilienza. Diventa una notizia diversa se ci si chiede perché la Cina non ne abbia avuto bisogno.

Il numero che cambia le proiezioni

Il 41% pubblicato dalla stampa economica coreana il 17 aprile non ha fatto notizia in Occidente, eppure è probabilmente il numero più importante della settimana per chi vuole capire dove sta andando questa guerra tecnologica.

Le aziende cinesi controllano il 41% del proprio mercato domestico di chip AI. Huawei guida con il 20%. Cambricon ha registrato il primo utile dalla fondazione, nove anni dopo. L’ecosistema MindSpore — l’alternativa cinese a CUDA, il linguaggio su cui si basa pressoché tutta la ricerca AI mondiale — conta quasi due milioni di sviluppatori registrati. L’Ascend 950PR di Huawei, annunciato per il primo trimestre 2026 secondo la roadmap dichiarata, non è un prototipo, è un prodotto in distribuzione su scala.

La proiezione di Morgan Stanley al 76% entro il 2030 non è una previsione ottimistica: è la traiettoria naturale di un processo partito nel 2019, quando Washington mise Huawei in lista nera. Quella decisione, progettata per fermare la corsa tecnologica cinese, ha invece innescato il più imponente piano di autosufficienza industriale del dopoguerra: oltre 100 miliardi di dollari in sussidi statali, centinaia di miliardi in investimenti privati, una priorità inscritta nel 15° Piano quinquennale come questione di sicurezza nazionale. Il Dipartimento di Giustizia americano ha recentemente aperto un procedimento per il contrabbando di 2,5 miliardi di dollari in server con GPU a destinatari cinesi: la domanda non è mai mancata, ha solo trovato canali diversi.

Due circuiti che non si incrociano più

Il record di TSMC e il 41% cinese appartengono alla stessa storia perché fotografano il completamento di un processo in atto da anni: la divisione del mondo dei semiconduttori in due circuiti separati.

Il primo — occidentale — è solido, redditizio, trainato dalla domanda AI degli hyperscaler americani, con TSMC come nodo insostituibile. Il secondo — cinese — è ancora incompleto, ma funzionale: chip progettati da HiSilicon, prodotti da SMIC e da una rete crescente di fonderie indipendenti, programmati con strumenti domestici su hardware domestico. I due circuiti non competono più per gli stessi clienti. Servono mercati che divergono a velocità crescente.

La soglia critica non è l’autosufficienza totale. Arriva molto prima. Quando la Cina raggiungerà il 60–65% — plausibile entro il 2027 — i controlli americani sulle esportazioni perderanno gran parte della loro efficacia. Non perché la Cina avrà chip migliori: perché avrà chip abbastanza buoni per la stragrande maggioranza delle proprie esigenze, con un ecosistema di sviluppatori che non dipende più dagli strumenti americani.

Il 2030 è la data da segnare. Se la proiezione di Morgan Stanley si avvera — e i dati attuali non offrono ragioni per dubitarne — quell’anno segnerà il momento in cui la Cina non avrà più bisogno di nessun negoziato, nessuna esenzione tariffaria, nessun canale alternativo per alimentare la propria industria AI. I controlli che Washington usa oggi come leva di pressione tecnologica diventeranno, semplicemente, irrilevanti.

Il miglior trimestre nella storia di TSMC è arrivato nel momento esatto in cui questa traiettoria è diventata misurabile. Le due notizie non si contraddicono. Si completano.

 


Questo articolo fa parte del cluster Geopolitica dei Semiconduttori. Gli altri approfondimenti:


 

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