Il 5 agosto scorso, terzo attacco su Kyiv nel giro di una settimana, la Russia ha colpito la capitale ucraina e la regione circostante con 24 missili balistici, quattro tra Zircon e Onyx e 115 droni, molti a propulsione jet: diciassette morti, quarantaquattro feriti, nessun missile intercettato per l'esaurimento delle scorte Patriot ucraine. Un bilancio pesante, ma non un'eccezione: da mesi la Russia alterna barrage di missili a ondate di Geran-2 su scala quasi quotidiana, con punte come i 656 droni lanciati in un'unica notte il 2 giugno. Solo a maggio le forze armate russe hanno impiegato contro l'Ucraina oltre cinquemila tra Geran e decoy (i Gerbera, droni civetta russi che volano in formazione mista con i Geran-2 per saturare la contraerea ucraina), il volume mensile più alto dall'inizio della guerra.
Il dato interessante, però, non è quanti Geran-2 vengono lanciati ogni notte, è cosa si cela in essi.
La risposta, confermata da più inchieste indipendenti negli ultimi mesi, è assai scomoda per chi ha costruito quattro anni di regime sanzionatorio attorno all'idea di poter tagliare fuori Mosca dall'elettronica occidentale.
Centinaia di componenti, ma solo poche decine di origine russa
Un'inchiesta OCCRP pubblicata a fine maggio ha passato al setaccio le schede elettroniche recuperate dai rottami di Geran-2 abbattuti in Ucraina e il risultato è stato incredibile: centinaia di componenti identificati, di cui solo poche decine di origine russa. Il resto arriva da fabbriche statunitensi, europee e asiatiche — microchip, ricevitori, transistor, diodi, antenne. Circa venti aziende europee producono da sole più di cento di questi componenti, nonostante l'embargo formale dell'Unione Europea sui beni a duplice uso verso la Russia sia in vigore dal 2022.
Il caso più documentato riguarda due tra i maggiori produttori statunitensi di semiconduttori analogici. Dati doganali russi raccolti dal centro studi statunitense C4ADS e ripresi da Bloomberg mostrano i loro chip transitare in volumi consistenti da Hong Kong verso entità russe già sanzionate. Entrambe le aziende hanno smesso di vendere in Russia nel febbraio 2022 e dichiarano di sottoporre a verifica milioni di ordini l'anno attraverso programmi interni di compliance, ma un'audizione al Senato USA ha certificato che l'ufficio federale preposto all'enforcement dei controlli export lavora con organico e strumenti insufficienti rispetto al volume di traffico da monitorare.
Velocità di approvvigionamento e il meccanismo emiratino
Più che la presenza di chip occidentali in sé — nota da anni — a preoccupare Kyiv è la contrazione dei tempi. A marzo, il commissario ucraino per le sanzioni Vladyslav Vlasiuk ha portato a Washington rottami di Geran-2 impiegati contro obiettivi ucraini a fine mese contenenti componenti statunitensi fabbricati a fine 2025. Un ciclo produzione-diversione-integrazione compresso in poche settimane racconta di una filiera grigia ormai rodata, non più di un'anomalia residua da chiudere con qualche multa esemplare.
Gli Emirati Arabi Uniti restano il nodo più delicato dell'intera architettura di elusione. Washington li ha classificati come «Paese da “attenzionare”» proprio per il loro ruolo di piattaforma di riesportazione verso Mosca, e i funzionari statunitensi indicano l'elettronica come la categoria più critica, perché gli stessi chip venduti per applicazioni civili sono riutilizzabili in ambito militare senza alcuna modifica. Il meccanismo, ricostruito da più inchieste indipendenti, segue uno schema ricorrente: i componenti vengono acquistati legalmente negli Stati Uniti o nell'Unione Europea e consegnati nelle zone economiche speciali di Dubai, come quella di Jebel Ali, dove la vendita iniziale è del tutto lecita. Solo in un secondo momento la merce viene ridocumentata con nuove pratiche doganali per la riesportazione verso la Federazione Russa, spesso appoggiandosi a compagnie aeree del Golfo e turche o a spedizioni via nave che transitano per il porto di Istanbul prima di raggiungere gli scali russi. I tempi di consegna dichiarati vanno da una settimana per le rotte aeree dirette a due per quelle marittime con trasbordo. Una rapidità che rende poco praticabile qualunque controllo capillare alla frontiera.
Le autorità emiratine respingono l'accusa di complicità sistemica e rivendicano regole più severe sui permessi di import-export per i beni a duplice uso, ma il volume delle triangolazioni intercettate racconta un'altra storia: componenti dichiarati come «apparecchiature elettroniche di uso generale» attraversano società di comodo registrate negli Emirati, in Turchia, nel Caucaso meridionale o in Asia centrale prima di confluire negli impianti di assemblaggio russi, incluso quello di Alabuga. È un disallineamento strutturale più che una singola falla: i regimi sanzionatori di Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito non sono tra loro armonizzati, e ogni asimmetria normativa tra le tre giurisdizioni diventa uno spazio di manovra per gli intermediari. Finché un componente resta lecito da vendere e lecito da acquistare nel Paese di transito, il solo obbligo di tracciabilità grava sull'esportatore originario, che nella maggior parte dei casi non ha alcuna visibilità su cosa accada al prodotto dopo la prima vendita legittima.
Il baricentro si sposta verso Pechino
C'è però un secondo dato che cambia la lettura politica dell'intera vicenda: la componente cinese nei Geran-2 sta ormai superando quella occidentale. L'intelligence militare ucraina ha rilevato che la quota di elettronica di fabbricazione cinese negli esemplari analizzati è salita al 60-65 per cento, relegando per la prima volta i componenti statunitensi al secondo posto e quelli svizzeri al terzo. Le nuove versioni montano anche antenne multielemento più resistenti al jamming e modem 3G, che trasmettono la posizione dei sistemi di guerra elettronica ucraini via bot Telegram; un dettaglio questo che dice più sull'evoluzione tattica del conflitto elettronico che sull'origine dei chip, ma che misura quanto la piattaforma continui a essere aggiornata in tempo di guerra, non congelata a un progetto del 2022.
Le varianti più recenti dei Geran-2, armate con missili aria-aria R-60 di origine sovietica per colpire elicotteri e aerei da difesa aerea ucraini, contengono – secondo l'intelligence di Kyiv – componenti prodotti in Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Svizzera, Cina, Giappone e Taiwan; una geografia della fornitura che coincide quasi punto per punto con l'elenco dei principali alleati occidentali dell'Ucraina.
Un problema che coinvolge la difesa, ma anche e soprattutto il comparto industriale
Il paradosso ha una ricaduta diretta sulle aziende del comparto. Per i produttori occidentali di semiconduttori il rischio non è più solo reputazionale: alcune proposte di azionisti hanno già chiesto a produttori statunitensi audit indipendenti sulla diversione dei propri chip, e un report RUSI citato nelle stesse mozioni attribuisce a un singolo produttore la paternità di circa un quarto dei componenti a duplice uso rinvenuti in ventisette sistemi d'arma russi. Restare fuori dalla Russia sulla carta non basta più a mettere un'azienda al riparo da un'inchiesta o da una causa degli azionisti, se i propri part number continuano a comparire nei rottami ucraini.
Sul piano geopolitico, lo spostamento verso componenti cinesi indebolisce nel tempo proprio la leva su cui l'Occidente ha costruito la propria strategia sanzionatoria: se Mosca riesce a sostituire progressivamente i chip statunitensi ed europei con equivalenti made in China, il controllo sulle esportazioni perde efficacia strutturale, non solo per applicazione carente. È lo stesso schema già osservato nella filiera dei semiconduttori per equipaggiamenti militari colpiti dagli attacchi ucraini in profondità: lo stabilimento di Voronezh preso di mira a giugno, ad esempio, produceva proprio quei transistor per unità di controllo missilistiche che la Russia fatica a sostituire rapidamente sul mercato grigio.
Per Bruxelles e Washington la domanda che resta aperta non è se rafforzare i controlli — sono già stati rafforzati più volte dal 2022 — ma se abbia ancora senso concentrarli sui produttori occidentali quando la parte di mercato più dinamica della filiera grigia si è ormai spostata verso fornitori che rispondono a Pechino. Continuare a inseguire i chip americani ed europei nei rottami ucraini, a quel punto, rischia di somigliare a un esercizio di rendicontazione più che a una strategia di contenimento.




