Il paradosso tedesco: tagliare sull’auto, investire sui chip

Bosch

La tedesca Bosch riduce fino a 22mila posti nella componentistica automotive tedesca dopo la prima perdita netta dal 2009, mentre continua a finanziare l'espansione dei propri stabilimenti di semiconduttori a Reutlingen e Dresda. 

Bosch chiude il 2025 con i conti in rosso per la prima volta dai tempi della crisi finanziaria del 2009, ma il dato più interessante non è tanto la perdita in sé quanto la direzione verso cui il gruppo sta spostando le proprie risorse. Mentre la componentistica automotive tedesca perde fino a 22mila posti nei prossimi anni, gli stabilimenti di semiconduttori a Reutlingen e Dresda continuano a crescere. Il rosso di bilancio, una perdita netta di 400 milioni di euro, si spiega soprattutto con 2,7 miliardi di accantonamenti per la ristrutturazione del personale, a cui si sommano i dazi statunitensi e un effetto fiscale sfavorevole, per cui le unità in utile pagano imposte piene mentre le perdite tedesche non generano benefici fiscali immediati. Il fatturato resta comunque solido, poco sopra i 91 miliardi, mentre l'utile operativo rettificato scende di circa il 42%, a 1,8 miliardi. Per il 2026 il management prevede un recupero della marginalità, dal 2% al 4-6%.

Il piano di riduzione del personale

Dietro i numeri di bilancio c'è un piano di ristrutturazione che riguarda soprattutto la divisione Mobility. Bosch prevede di tagliare fino a 22mila posizioni nella componentistica automotive tedesca nei prossimi anni, quasi il doppio rispetto ai 13mila annunciati inizialmente lo scorso settembre. A marzo il consiglio aziendale ha raggiunto intese in quasi tutti gli stabilimenti coinvolti, con clausole di revisione che permettono di rinegoziare in caso di peggioramento o miglioramento delle condizioni di mercato. Il sito di Feuerbach, il più grande in Germania, vede ridursi il numero di tagli da 3.325 a 2.500 posizioni, esclusa la divisione Bosch Digital ancora in trattativa separata. Lo strumento privilegiato resta il pensionamento anticipato e gli incentivi all'uscita volontaria, ma il sindacato non esclude licenziamenti collettivi qualora gli obiettivi annuali di riduzione non venissero raggiunti.

L'altra faccia: gli investimenti nei semiconduttori

Mentre la componentistica tradizionale si restringe, la divisione semiconduttori di Bosch continua a ricevere capitali - e in almeno un caso i due destini si intrecciano nello stesso stabilimento. Bosch prevede fino a 1.100 ulteriori tagli in Germania legati proprio alla riconversione del sito di Reutlingen, dove la produzione di dispositivi di comando per il cambio automatico, giudicata dall'azienda non più competitiva, lascia spazio a una linea destinata soprattutto ai semiconduttori. Non si tratta quindi di due strategie parallele condotte in stabilimenti separati, ma della stessa fabbrica che sposta la propria missione produttiva da un segmento maturo e in calo a uno ritenuto strategico. Reutlingen resta infatti il polo di riferimento del gruppo per i semiconduttori di potenza in carburo di silicio e per i sensori MEMS, con un piano di espansione delle clean room tuttora in corso.

A Dresda, Bosch partecipa alla joint venture ESMC con TSMC, Infineon e NXP, dimensionata sui nodi maturi a 28 e 12 nanometri per applicazioni automotive e prevista in produzione dal 2027 (ne avevamo scritto qui a proposito del gap europeo sul packaging avanzato). L'investimento si inserisce nel quadro del Chips Act europeo, di cui Bruxelles ha presentato a giugno la seconda versione con 120 miliardi di euro mobilitabili entro il 2035 (si veda la nostra analisi sul Chips Act 2.0). Gli investimenti in ricerca e sviluppo restano solidi nonostante i tagli: 7,8 miliardi di euro nel 2024, pari all'8,6% del fatturato, con il presidente Stefan Hartung che parlava di risorse da destinare a innovazione e nuovi progetti per la mobilità. La logica industriale è chiara: i chip di potenza e i sensori restano fra i pochi segmenti in cui l'Europa mantiene una posizione strutturale, mentre la componentistica meccanica tradizionale è esposta alla concorrenza asiatica e al rallentamento della domanda di elettrico. Dal punto di vista degli stabilimenti che chiudono reparti, però, questa scelta resta difficile da spiegare.

La distribuzione dei tagli a Reutlingen è nota nel dettaglio: circa 650 delle 1.100 posizioni, cioè più della metà, riguardano lo stabilimento satellite di Kusterdingen, mentre la superficie di camera bianca del sito principale crescerà di oltre 5.000 metri quadrati per la produzione di semiconduttori al carburo di silicio. Il mercato europeo delle centraline elettroniche è ormai troppo eroso dalla concorrenza sui prezzi per restare sostenibile, e la riconversione produttiva è il prezzo necessario per garantire un futuro al sito, secondo quanto dichiarato da Dirk Kress, responsabile delle operazioni sui semiconduttori di Bosch.

Il rischio politico nelle fabbriche

La tensione sindacale è cresciuta parallelamente ai tagli. IG Metall ha portato in piazza decine di migliaia di dipendenti Bosch nel corso del 2025, con manifestazioni davanti alla sede di Gerlingen che non si vedevano dal 1993. Il linguaggio dei rappresentanti sindacali è cambiato: si parla apertamente di rottura della cultura di compartecipazione sociale che ha sempre distinto Bosch in quanto impresa controllata da una fondazione. In Baviera, dove sono coinvolti anche gli stabilimenti di Ansbach e Immenstadt, i dirigenti locali di IG Metall collegano esplicitamente la crisi occupazionale al rischio di radicalizzazione politica nei consigli di fabbrica, segnalando la crescita di liste sindacali vicine all'AfD come Zentrum Automobil, finora circoscritte al sito Mercedes di Untertürkheim, ma monitorate in vista delle prossime elezioni interne.

Per il mercato italiano

Per i progettisti e i buyer italiani che dipendono da componentistica Bosch, il segnale da monitorare non è tanto il taglio occupazionale in sé quanto la sua asimmetria: gli stabilimenti di semiconduttori restano prioritari negli investimenti, quelli di componentistica meccanica tradizionale no. È un'indicazione di dove il gruppo tedesco vede il proprio futuro competitivo, e quindi di quali linee di fornitura restano solide nel medio periodo e quali invece appaiono meno protette.

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