Tungsteno: il duro metallo della guerra (e dei chip)

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Il tungsteno — il minerale controllato all'82% dalla Cina — è ora conteso tra le fabbriche di armi e le fab di chip. Il prezzo è triplicato in 90 giorni e la supply chain dei semiconduttori non ha scorte.

Il 28 marzo 2026, il prezzo del tungsteno ha infranto ogni record degli ultimi novant’anni. Quota $3.000 per unità metrica di APT — il paratungstato di ammonio, il benchmark del mercato — potrebbe sembrare un titolo sbagliato per un giornale di tecnologia. Ma nei laboratori di TSMC e ai piani alti di NVIDIA quella cifra viene osservata con la stessa attenzione riservata alle trimestrali. Perché senza tungsteno non si fanno chip avanzati né semiconduttori di nuova generazione. E il tungsteno, come altre materie prime critiche, è diventato improvvisamente scarso.

 

Come il tungsteno entra nei chip a 3 nm

Il tungsteno entra nel chip in un momento preciso: la deposizione chimica da vapore che forma i via, i minuscoli contatti verticali tra i livelli sovrapposti di un circuito integrato. A 3 nm e inferiori non esiste alternativa pratica: solo l’esafluoruro di tungsteno a purezza del 99,999999% riesce a riempire trincee larghe pochi atomi senza lasciare vuoti che distruggerebbero il rendimento del wafer. “WF₆ riempie queste strutture microscopiche. È come versare metallo fuso in uno stampo estremamente fine”, spiega Ming Peng, direttore generale di Hubei Heyuan Gas. Ogni chip Blackwell di NVIDIA, ogni A18 Pro di Apple prodotto da TSMC contiene tungsteno.

Il problema è che il 79-82% di questo tungsteno viene estratto in Cina, e oltre l’80% della capacità mondiale di raffinazione è ancora lì. A dicembre 2024, Pechino lo ha aggiunto alla lista dei prodotti soggetti a restrizioni all’esportazione — la stessa che aveva già incluso gallio, germanio e terre rare. Nei primi due mesi del 2026, le esportazioni di APT sono crollate del 27,6% su base annua, arrivando a zero in alcuni periodi. Dal febbraio 2025 a oggi, secondo Yahoo Finance, i prezzi sono saliti del 557%.

 

La guerra nel Golfo crea unp shortage di tungsteno per i semiconduttori

Il 28 febbraio 2026 è iniziata la guerra tra USA, Israele e Iran. La campagna aerea ha generato una domanda militare di tungsteno senza precedenti: penetratori cinetici, testate di missili, munizioni anti-bunker sono quasi tutti a base di questo metallo. I contractor della difesa, che in anni di pace avevano ridotto le scorte al minimo, si sono ritrovati a comprare sul mercato spot in diretta competizione con le fonderie che producono chip per l’IA.

Lewis Black, CEO di Almonty, ha detto a CNBC il 31 marzo qualcosa che vale la pena citare per intero: “Non c’è materiale da stoccare. Questo probabilmente è il cambiamento più grande.” Il mercato non ha buffer: ogni tonnellata disponibile viene assorbita immediatamente. E il tungsteno non viaggia da solo: elio e acido solforico sono sotto la stessa pressione, per le stesse ragioni, ne abbiamo già parlato. La convergenza di questi tre shock in poche settimane è senza precedenti nella storia recente dei semiconduttori. Il selloff del 4 aprile — NVIDIA e TSMC entrambe in calo del 3% — ha incorporato nei prezzi anche questo rischio.

 

L'Occidente risponde, ma i chip aspettano fino al 2028

La risposta occidentale esiste, ma richiede anni. Almonty sta avviando la produzione a Sangdong (Corea del Sud) e ha un progetto in Montana ancora nella fase dei permessi. In Canada, il progetto Mactung non entrerà in produzione prima del 2028-2029. BMO Capital Markets prevede un deficit strutturale di circa 20.000 tonnellate l’anno fino al 2028 — il 19% della domanda mondiale.

Per TSMC e le altre foundry il rischio immediato è gestibile, ma ogni settimana al di sopra dei $3.000/MTU aumenta il costo di wafer che sono già tra i più costosi al mondo. Goldman Sachs ha già avvertito: “Il rischio di disruption nelle materie prime chimiche è più alto del previsto.”

Gli analisti di Goldman Sachs, in un report citato da CNBC il 31 marzo e basato su quasi quaranta incontri e visite a siti produttivi in Cina, hanno scritto: "Sebbene la supply chain cinese sia considerata più resiliente della media, il rischio di disruption nelle materie prime chimiche per i produttori manifatturieri in alcuni segmenti è più alto del previsto." I modelli di rischio erano stati approntati in un’era in cui la Cina era un fornitore affidabile e le guerre si combattevano lontano dalle supply chain dei chip.

Quell’era, ora, è silenziosamente finita. La guerra non si combatte solo a 3 nm, si combatte anche a 3.422 °C — il punto di fusione di quel metallo, sempre più caro e sempre più scarso, che tiene insieme ogni chip.

 


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