Smart Working. Verso una nuova prassi lavorativa?

Ridefinire gli spazi, lavorativi, il tempo  e le abitudini. Prima di tutto si tratta si una svolta “epoculturale”, sia epocale che culturale. Lo smart working è una pratica che, almeno in Italia, sta prendendo piede in questo periodo di quarantena. Il Covid-19 sta quindi ridisegnando il nostro modus vivendi, assieme al modus lavorandi.

Uscire dalla propria zona di confort fa sempre un po’ paura, ma quando si tratta di buone abitudini? Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano spiega in modo ottimale come non si tratti solo di un modo di lavorare senza recarsi nella sede di lavoro abituale. “Lo smart working - puntualizza - è proprio una filosofia manageriale diversa”. Il lavoro non sarà più solo un numero di ore passate di fronte a un computer in ufficio, ma il raggiungimento di determinati obiettivi.

Verrebbe da chiedersi, a questo punto, quali possano essere i benefici. Più autonomia, maggiore responsabilità, ma soprattutto la possibilità di mettere a frutto la propria creatività in modo più competitivo. A questi elementi si accompagna la grossa opportunità di non doversi necessariamente recare a orari fissi in ufficio o sul luogo di lavoro. “Ogni comune - spiega il consigliere M5S di regione Lombardia Marco Degli Angeli, referente per l’innovazione per il proprio gruppo - potrebbe avere la possibilità di rigenerare degli spazi urbani in disuso, grazie a dei fondi europei e a fondi privati, grazie ai quali poter creare degli hub territoriali. Lo smar tworking - precisa -, spogliato dalla sua connotazione domestica, potrà contribuire a ridisegnare e ripensare gli spazi di vita e lavoro all’insegna di una innovazione sostenibile, a misura d’uomo ed accessibile”. Delle strutture multifunzionali entro i confini del proprio comune dove poter lavorare con gli strumenti idonei, socializzare con le persone e soprattutto grazie alle quali sarà possibile sviluppare in modo diffuso l’economia dei territori e impattare in modo inferiore sull’ambiente.

Dati alla mano, quelli dell’osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. A fine 2019, i lavoratori dipendenti che godono di questa possibilità han raggiunto quota 570 mila, in aumento del 20% rispetto al 2018.  La notizia importante è che mediante  esprimono un gradi di soddisfazione e coinvolgimento lavorativo migliore rispetto ai colleghi che lavorano in modo tradizionale. Il 76% si dice soddisfatto contro il 55% dei colleghi, mentre 1 su 3 si dice pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e ne condivide i valori, gli obiettivi e le priorità rispetto al 21% dei colleghi. Un 46% sostiene di avere avuto un netto miglioramento nell’equilibrio tra vita privata e professionale.

 

Il resto del mondo 

In Europa il nostro Paese si posiziona ultimo in classifica, preceduto da Grecia e Repubblica Ceca. In testa, invece, ci sono i paesi nordici come la Danimarca e la Svezia, i Paesi Bassi, il Regno Unito, il Lussemburgo, la Francia e un'insospettabile Estonia.

Esternando dati empirici, la media europea dello smart working affidato alle nuove tecnologie si aggira intorno al 17%, Quella Italiana è del 7%. C’è ancora molto lavoro da fare.

In Giappone viene incoraggiato il lavoro a distanza per ridurre gli spazi negli uffici. Mentre nelle grandi città brasiliane viene utilizzato e incoraggiato il telelavoro e lo smart working per risparmiare tempi di spostamento lunghissimi. Questo del Brasile è un altro concetto fondamentale sul quale riflettere: quanto tempo impieghiamo per andare e tornare dal lavoro? E soprattutto, quanto inquinamento in meno ci sarebbe? Togliere automobili dalla strada, infatti, non solo produce benefici per il lavoratore, ma anche per l'ambiente: meno auto e altri mezzi a motore in circolazione significano meno tonnellate di CO2 emesse ogni anno. Per giungere ad un punto conclusivo, soprattutto in Italia, la flessibilità sulle modalità lavorative a distanza (smart o meno) non è ancora molto insita nel nostro DNA. Infatti ci sono ancora  dei punti critici nell’adottare lo smart working: Il 35% dei lavoratori che lo usano lamentano una percezione di isolamento. La barriera tecnologica poi, può rappresentare una barriera per l’11% dei casi . Una percentuale non indifferente se lo smart worker dovesse trovarsi a gestire un’emergenza. A tal proposito questo il motivo per cui il consigliere Degli Angeli punta molto sulla creazione di hub territoriali. Luoghi non solo dove poter disporre di una tecnologia adatta, tra cui una rete wifi, ma soprattutto luoghi dove poter interagire con altri esseri umani e favorire così una maggiore interazione sociale.

Lo smart working tra aziende private e Pubblica Amministrazione

 

TIPOLOGIA 2018 incremento% 2019 incremento% No interessate
PA 8% 16% 7%
PMI 8% 12% Da 38->51%
Grandi Imprese 56% 58% 8%

 

Se nell’ultimo biennio si è registrato un significativo incremento di chi ha adottato la prassi dello smart working, restano ancora molte le realtà che non prevedono interventi strutturali o che non sono affatto interessate.  Osserva Degli Angeli: “I dati che arrivano dal Ministero dello Sviluppo Economico, ci dicono che il Piano banda Ultralarga  (BUL) è in ritardo di almeno un anno e mezzo in tutta Italia.  In particolare in Lombardia la maggior parte dei  Comuni non hanno ancora firmato le convenzioni necessarie. La Regione è mancata nel suo ruolo di coordinamento e non ha agevolato la nascita di Sistemi di aggregazione tecnologica e  digitale come in altre Regioni. Bisogna cambiare marcia. Dal punto di vista infrastrutturale sarà centrale anche il tema dei Cloud e la privacy del dato. Non possiamo appoggiarci sempre e solo ai cloud di Monarchie digitali straniere.”

L’incremento maggiore lo si registra nelle pubbliche amministrazioni, dove il 46% di quelle più grandi ha già avviato iniziative strutturali e il 7% è in procinto di avviarle.

A tal proposito, al fine di sopperire ad alcune delle problematiche sopra elencate, l’Agenzia che fa capo al Ministero dello Sviluppo Economico ha introdotto una piattaforma intranet, che mette a disposizione informazioni e strumenti comunicativi in un unico luogo virtuale, accessibile da computer e da dispositivi mobili, permettendo ai lavoratori “smart” di svolgere le attività con flessibilità, autonomia e responsabilizzazione. La dotazione tecnologica è a tutti gli effetti uno stimolo al cambiamento delle abitudini culturali e lavorative nonché dei processi interni. È la condicio sine qua non non sarebbe possibile iniziare a discutere di flessibilità rispetto a orari e luoghi di lavoro.

 

L’esempio ICE

il Ministero dello Sviluppo ha dimostrato una visione acuta e puntuale in merito all’argomento. Per andare in contro all’evoluzione lavorativa che si è prefissa ha capito quanto la trasformazione verso il digitale fosse  il perno e lo strumento abilitante. Tra i riferimenti normativi precedenti utilizzati, c’è la direttiva sullo Smart working e Telelavoro n. 3/2017 prevista dalla Riforma Madia del 2015. “Il digitale - ha detto il ministro Fabiana Dadone -, costringe a ripensare le modalità organizzative e a lavorare in un’ottica di risultato”. Un esempio concreto è stato fornito dalla ICE, agenzia governativa che fa capo al Ministero dello Sviluppo Economico. L’Agenzia, che è responsabile della promozione delle imprese e dei prodotti italiani all’estero, si distingue per una forte presenza sui social media. Soprattutto è la prima PA centrale italiana ad aver avviato una campagna di comunicazione su LinkedIn. “Chi si ferma è perso”, ha dichiarata l’agenzia. Così la tecnologia è diventata l’anello mancante per abilitare e supportare l’evoluzione della cultura organizzativa verso modelli più smart: l’implementazione di una nuova piattaforma di social intranet, infatti, non solo ha risposto al bisogno primario di semplificare e promuovere il flusso comunicativo tra il personale operante in circa 80 uffici disseminati per il mondo, ma ha soprattutto accelerato il cambiamento del modo di lavorare.

 

Il lavoro del MID, Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione

 

“Spesso da delle situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo, possono nascere delle opportunità”, lo ha asserito il ministro del lavoro e del Welfare Nunzia Catalfo che ha poi aggiunto: “Oggi abbiamo quella di far decollare il lavoro agile e realizzare in modo più concreto possibile percorsi innovativi e forme di conciliazione lavoro/famiglia”.

Alla data del 23 marzo 2020, data l’emergenza Covid-19, i lavoratori in smart working hanno raggiunto quota 1,3 milioni, il ministro Dadone ha precisato come, “fin dall’inizio del mio mandato ho cercato di incentivare la transizione verso il digitale a beneficio di cittadini e imprese. Del resto - ha sottolineato -  non si possono affrontare le sfide del futuro senza un personale con spiccate competenze digitali”. E quando l’articolo 87 del Decreto Cura Italia, così come ha chiarito il ministro Dadone, definisce come “lo strumento dello smart working  deve essere la modalità organizzativa normale del lavoro”, il MID (Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione), ha ideato una progettualità utile per perseguire gli obiettivi preposti. Primo tra tutti c’è il progetto di creare una Repubblica digitale e inclusiva per tutti i cittadini. L’obiettivo è quello di combattere e quindi ridurre il così detto “digital divide” ossia il fenomeno per il quale nel nostro Paese esiste ancora un 26% della popolazione (10mila cittadini circa) che non usa internet e un 24% del restante 74% della popolazione, che invece non lo usa con consapevolezza.  “Sono numeri - si legge sul sito del MID -  che palesano conseguenze gravi sul tessuto economico e sociale del Paese. Un Paese complessivamente arretrato, in cui non trovano collocazione le nuove competenze e le nuove professioni”. A tal proposito il MID, tramite la pubblicazione del Manifesto per la Repubblica digitale, ha invitato amministrazioni pubbliche, imprese private e associazioni a ideare e proporre progetti e iniziative di inclusione digitale. (qui l’articolo completo).

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