La Commissione europea ha presentato il 3 giugno il nuovo quadro legislativo per i semiconduttori. L'obiettivo del 20% di quota mondiale entro il 2030 è abbandonato nei fatti. La leva principale diventa la domanda, non la produzione. Dal mondo tedesco, dove si concentra il grosso degli investimenti europei, il giudizio è cauto: si apprezza la semplificazione burocratica, ma resta aperta la questione più difficile.
Il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha formalmente adottato la proposta di Chips Act 2.0, presentata da Henna Virkkunen — commissaria per la tecnologia digitale — al SEMI Europe Policy Forum di Bruxelles. Il pacchetto fa parte di un insieme più ampio di misure sulla sovranità tecnologica europea, che comprende anche il Cloud and AI Development Act e una strategia per l'open source. Sul tavolo, 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati da mobilitare entro il 2035.
Ma prima di parlare di dove si vuole arrivare, conviene capire da dove si parte.
Il bilancio scomodo del 2023
L'UE aveva proclamato in due riprese distinte — nel 2013 e poi nel 2023 — l'obiettivo di portare la quota europea nella produzione mondiale di semiconduttori dal 10% al 20%. Poiché Taiwan, Corea del Sud, Cina e Stati Uniti hanno corso più veloce, quell'obiettivo non è stato solo mancato: secondo alcune analisi di mercato, l'Europa è oggi scivolata sotto la soglia del 10%. Il testo stesso del Chips Act 2.0, secondo la fonte tedesca Oiger, contiene un'ammissione esplicita: l'UE è ancora dipendente da paesi terzi per la produzione avanzata e il design, pur affermando di essere in testa nella ricerca. Una tensione logica che, come nota il giornale con ironia, rivela quanto Bruxelles oscilli ancora tra ambizione e realismo.
Il quadro degli investimenti effettivamente avviati racconta una storia non uniforme: da un lato il progetto ESMC di Dresda, joint venture tra TSMC, Bosch, Infineon e NXP per una fabbrica da oltre 10 miliardi approvata con aiuto di Stato tedesco, dall'altro diversi progetti di alto profilo presentati come centrali nella strategia europea che sono stati sospesi o cancellati. Il caso più emblematico è Intel, che nell'agosto 2025 ha abbandonato il piano da 30 miliardi a Magdeburgo. La Corte dei conti europea, già nell'aprile 2025, aveva concluso che era "molto improbabile" raggiungere il 20% entro il 2030, stimando una quota realistica dell'11,7%.
La svolta sulla domanda
Il primo Chips Act puntava tutto sul lato dell'offerta: attrarre fabbriche, finanziare capacità produttiva, costruire massa critica manifatturiera. Il Chips Act 2.0 porta l'Unione europea dalla stagione dei grandi annunci produttivi alla costruzione di un mercato per i chip europei. La leva principale diventa la domanda: Demand Accelerators, appalti orientati all'innovazione, contratti di acquisto a lungo termine, criteri di sicurezza strategica e collegamento con cloud e AI.
Secondo il documento interno anticipato da Reuters, la Commissione intende incoraggiare gli Stati membri ad acquistare semiconduttori da startup europee, utilizzando gli appalti pubblici come strumento di politica industriale. A corollario, il piano prevede la creazione di "Demand Accelerators" che collegano produttori e industrie utilizzatrici, accordi di fornitura anticipata e un "forum della domanda" che funziona da intermediario strutturato tra fornitori e clienti istituzionali.
La logica è chiara: anche la migliore fabbrica resta fragile senza ordini stabili. Ma questa stessa logica apre una domanda che il dibattito tedesco ha già sollevato con franchezza. Come osserva un'analisi tedesca di settore, la strategia "Buy European" ricorda approcci protezionistici del passato, e la committenza pubblica come sostituto dei sussidi funziona solo se i prodotti diventano competitivi senza sostegni nel medio termine. In caso contrario, si rischia di alimentare un'industria che sopravvive esclusivamente grazie agli ordini governativi.
Il nodo irrisolto: i chip sotto i 5 nanometri
Questo è il punto su cui il dibattito tedesco si fa più netto. Il ministro dell'Economia della Sassonia, Dirk Panter (SPD), ha commentato la proposta riconoscendo che il Land ha beneficiato del primo Chips Act — che ha consentito l'insediamento di TSMC e l'espansione di Infineon a Dresda — ma ha aggiunto: "Resta aperta la questione di come l'Europa intenda sviluppare in futuro proprie capacità nel campo delle tecnologie leading-edge". Panter si riferisce esplicitamente alle fabbriche in grado di produrre circuiti con strutture inferiori ai dieci nanometri, necessari per l'AI.
Il ministro dell'Economia bavarese Hubert Aiwanger ha apprezzato l'evoluzione del concetto "First-of-a-Kind", la nuova attenzione alle regioni e la volontà di accelerare le procedure autorizzative, ma ha osservato che "l'Europa ha bisogno di più velocità per reggere la competizione globale". Dresda e Monaco guardano con interesse alla proposta, ma la lettura tedesca del testo è che Bruxelles stia rinunciando a competere nella fascia più avanzata — chip sotto i 5 nanometri, quasi interamente prodotti da TSMC e Samsung — e si concentri sulla fascia mainstream, dove l'Europa ha ancora una presenza rilevante in settori come automotive, industrial e power electronics.
La decisione ha una sua logica industriale: è in quella fascia che si gioca la competizione nei prossimi tre anni per i clienti europei. Ma lascia senza risposta la domanda su chi produrrà in Europa i chip per l'AI ad alte prestazioni quando — e se — il mercato ne richiederà volumi significativi sul territorio.
La struttura del piano: permessi, Grand Challenges e Silicon Regions
Sul piano degli strumenti operativi, il Chips Act 2.0 introduce quattro linee d'azione. La prima riguarda il miglioramento del contesto per gli investimenti: procedure autorizzative con approvazioni garantite entro un massimo di 12 mesi, "Grand Challenges" per sostenere lo sviluppo industriale di chip di importanza strategica — a partire da quelli per l'AI —, rafforzamento della ricerca e delle competenze, e partenariati strategici con paesi terzi. La seconda è la stimolazione della domanda, attraverso Demand Accelerators e uso degli appalti come leva. La terza estende il regime degli aiuti di Stato per i progetti "First-of-a-Kind" all'intera filiera, dalle materie prime al packaging. La quarta introduce strumenti di resilienza, tra cui una piattaforma B2B per il monitoraggio della supply chain e valutazioni del rischio per i settori più esposti.
Tra le novità figura anche un nuovo label "Semiconductor Regions of Excellence", pensato per valorizzare e attrarre investimenti nelle aree geografiche dove il tessuto produttivo legato ai semiconduttori è già strutturato — un meccanismo che guarda esplicitamente a poli come la Silicon Saxony di Dresda, ma anche potenzialmente al triangolo Milano-Agrate-Catania in Italia.
Quanto pesa il Green Deal nel fallimento del primo atto?
La critica tedesca al primo Chips Act non è solo quantitativa. Oiger, testata di riferimento per il settore microelettronico in Germania, ricorda che la Commissione ha finanziato il primo Chips Act delegando la copertura finanziaria agli Stati membri, mentre contestualmente applicava il Green Deal, stringeva le norme sull'uso di prodotti chimici nelle fabbriche di chip, faceva salire i costi energetici con le sanzioni alla Russia e caricava le imprese di nuovi adempimenti burocratici. Il risultato è stato un effetto di compensazione: da un lato gli incentivi, dall'altro le condizioni-quadro che hanno alzato il costo di produrre in Europa. Il Chips Act 2.0 affronta la parte burocratica con la norma dei 12 mesi per le autorizzazioni; sulla parte energetica, il testo non contiene misure specifiche.
Il percorso legislativo
La proposta è ora trasmessa al Parlamento europeo e al Consiglio per la procedura legislativa ordinaria. La Commissione avvierà parallelamente una consultazione con gli Stati membri e il gruppo della Banca europea per gli investimenti. La roadmap concordata dalle istituzioni europee ad aprile fissa la conclusione del processo al secondo trimestre del 2027. Un anno di negoziato, almeno, prima che il testo diventi legge.
Nel frattempo, il mercato globale dei semiconduttori non aspetta. Entro il 2030 si prevede che raggiunga 1.370 miliardi di euro, con i componenti legati all'AI a trainare circa il 70% della crescita. Se in tre anni il primo Chips Act ha prodotto risultati discontinui nonostante decine di miliardi di impegni, la questione vera non è quanti soldi vengano stanziati, ma se il meccanismo europeo — tra sussidi nazionali, iter legislativi, costi energetici e burocrazia — sia strutturalmente in grado di muoversi alla velocità dell'industria dei semiconduttori. Il Chips Act 2.0 contiene alcune risposte. Le domande più difficili restano aperte.



