Terre rare: Cina-USA, una tregua parziale

Terre Rare

L’incontro di Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping, tenutosi a fine maggio 2026, ha prodotto dichiarazioni di distensione ampiamente riprese dalla stampa internazionale. Nella narrativa dominante, le due potenze avrebbero raggiunto un accordo che include la sospensione dei controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare. È una lettura imprecisa e, per l’industria dei semiconduttori, la distinzione non è di poco conto.

Come documentano le analisi di TechTimes e del CSIS, i controlli introdotti dal Ministero del Commercio cinese (MOFCOM) nell’aprile 2025 su sette elementi delle terre rare pesanti — il disprosio, il terbio, il gadolinio, il lutezio, il samario, lo scandio e l’ittrio — non sono mai stati sospesi. Ciò che è stato temporaneamente congelato, fino al 10 novembre 2026, sono le misure più aggressive varate nell’ottobre 2025, quelle cioè che includevano clausole extraterritoriali modellate sul Foreign Direct Product Rule americano.

Un playbook costruito in quindici anni

Per leggere correttamente la mossa di aprile 2025 è necessario risalire al precedente che ha ridefinito la geopolitica delle materie prime critiche. Nel settembre 2010, durante una disputa marittima sulle isole Senkaku/Diaoyu, la Cina interruppe de facto le spedizioni di terre rare verso il Giappone per circa due mesi. Le autorità doganali cinesi, agendo su disposizioni informali, bloccarono le esportazioni di ossidi e metalli di terre rare verso Tokyo, senza mai ammettere ufficialmente l’embargo. Come ricorda il CSIS, quell’episodio fu il primo caso documentato di weaponization delle terre rare in un contesto diplomatico moderno.

L’impatto fu immediato e duraturo. Il Giappone, allora dipendente dalla Cina per quasi il 90% delle importazioni di terre rare, andò in panico industriale: il settore automotive — che usa magneti al neodimio-ferro-boro per motori ibridi ed elettrici — si trovò a fronteggiare una crisi di fornitura senza alternative disponibili. Tokyo rispose con un piano strutturale di diversificazione, riciclaggio e stockpiling che, nel corso di un decennio, ha ridotto la dipendenza cinese dal 90 al 60 per cento. È stato un risultato significativo, che tuttavia lascia il Giappone ancora esposto, come ha dimostrato il gennaio 2026, quando il MOFCOM ha emesso l’annuncio n. 1/2026 che  vietava l’export di materiali a doppio uso verso utenti militari giapponesi.

Tra il 2010 e il 2025 la Cina ha costruito un arsenale regolatorio progressivamente più sofisticato. Nel luglio 2023 sono arrivate le licenze obbligatorie per gallio e germanio, elementi critici per i semiconduttori compound. Nel dicembre 2023, Pechino ha esteso i controlli alle tecnologie di estrazione e raffinazione: non solo i minerali, ma il know-how per produrli. Nel dicembre 2024 — un giorno dopo che Washington aveva aggiunto 140 entità cinesi alla Entity List — sono scattati divieti di export espliciti su gallio, germanio, antimonio e materiali superduri specificatamente verso gli Stati Uniti. Come ha documentato lo Stimson Center, si trattava del primo embargo nominativo per paese nella storia moderna dei controlli sulle materie prime strategiche.

Aprile 2025 rappresenta il gradino successivo: da misure selettive a una restrizione sistematica sulle sette terre rare pesanti più critiche per la manifattura ad alta tecnologia. La successione non è casuale. È una progressione calibrata, in cui ogni mossa risponde a una contromossa occidentale e, al tempo stesso, preserva la facoltà di rientrare senza perdere la leva.

La distinzione che i mercati hanno ignorato

L’architettura regolatoria cinese sulle terre rare si articola su due livelli sovrapposti. Il primo strato, quello dell’aprile 2025, ha istituito un sistema di licenze obbligatorie per l’export dei sette elementi: ogni spedizione deve ricevere l’autorizzazione preventiva del MOFCOM, con procedure che si sono tradotte in rallentamenti significativi. Come ha descritto l’

East Asia Forum, Pechino ha trasformato la burocrazia in uno strumento di razionamento: il sistema delle licenze non blocca il flusso, lo modula. I produttori dell’Asia-Pacifico si sono ritrovati così a competere per le stesse quote di approvazione, con costi di compliance in salita e lead time imprevedibili.

Il secondo strato, quello dell’ottobre 2025 — sospeso fino a novembre 2026 — estendeva la giurisdizione cinese alle transazioni che coinvolgono materiali cinesi anche quando processati o rivenduti da soggetti terzi fuori dalla Cina, replicando la logica dell’extraterritorialità che Washington usa per i chip avanzati. La sospensione del livello ottobre non elimina il livello aprile. L’Andersen Institute ha descritto questa architettura come un sistema a pressione regolabile: Pechino mantiene attive le restrizioni strutturali di base mentre concede pause tattiche sullo strato più controverso, creando margini di negoziazione senza cedere la leva principale. Va aggiunto un elemento spesso trascurato: il MOFCOM ha dichiarato esplicitamente che le licenze di export non saranno approvate per utenti finali militari stranieri e che le applicazioni legate ai semiconduttori avanzati saranno trattate caso per caso. Il sistema costruito in aprile 2025 non è una misura temporanea di guerra commerciale. È uno strumento permanente di allocazione strategica.

I numeri che raccontano l’impatto reale

I dati sull’export di ittrio forniscono la misura concreta di quanto i controlli di aprile abbiano già inciso sulle filiere globali. Le esportazioni cinesi di ittrio sono crollate da 333 tonnellate nel periodo pre-restrizione a 17 tonnellate nelle otto settimane successive all’entrata in vigore dei controlli. Il calo tra marzo e aprile 2026 è stato dell’83% in un solo mese.

L’ittrio è un elemento critico per i fosfori nei display OLED, per i substrati ceramici ad alta frequenza e per le leghe utilizzate nelle turbine a gas industriali. Ma il suo ruolo più sensibile per la filiera dei semiconduttori è nella produzione di YAG (yttrium aluminium garnet) per i laser impiegati nei processi litografici. Meno ittrio disponibile significa pressione diretta sui costi e sui tempi di approvvigionamento dei produttori di apparecchiature. Come ha analizzato SFA Oxford, i controlli cinesi non riguardano solo i metalli grezzi: coprono anche le tecnologie di estrazione, i macchinari per la separazione per fusione e la produzione di materiali magnetici, costruendo un perimetro che rende molto più difficile replicare la filiera altrove.

Il quadro diventa ancora più stringente se si considera la struttura del mercato. Studi recenti quantificano in circa 1,2 trilioni di dollari l’esposizione del PIL americano alle perturbazioni delle filiere delle terre rare in caso di persistenza delle restrizioni cinesi sui minerali critici. La Cina controlla circa il 90% della capacità mondiale di raffinazione delle terre rare e oltre il 60% dell’estrazione globale.

L’articolo 49 e il modello FDPR cinese

Il livello regolatorio sospeso fino a novembre merita un approfondimento tecnico, perché rappresenta un cambio qualitativo nella strategia di controllo di Pechino. Le misure dell’ottobre 2025 si fondano sull’articolo 49 del regolamento cinese sui beni a doppio uso, entrato in vigore nel dicembre 2024, che consente al MOFCOM di estendere la giurisdizione ai trasferimenti di tecnologia e materiali che incorporano componenti o processi cinesi, indipendentemente da dove avvenga la transazione.

Il testo dell’annuncio MOFCOM n. 61/2025, tradotto e analizzato dal CSET di Georgetown, stabilisce che organizzazioni e individui stranieri devono ottenere una licenza di export cinese per qualsiasi prodotto prodotto fuori dalla Cina che contenga terre rare di origine cinese il cui valore superi lo 0,1% del valore del prodotto finale, oppure che sia stato prodotto con tecnologie cinesi di estrazione, separazione per fusione o fabbricazione di materiali magnetici.

Come ha rilevato Clark Hill, questa clausola replica strutturalmente la logica dell’Export Administration Regulations americano e del Foreign Direct Product Rule che Washington usa per bloccare le forniture di chip avanzati a Huawei e ad altre entità cinesi. La simmetria è riconoscibile: è una risposta speculare al modello di controllo extraterritoriale che gli Stati Uniti hanno perfezionato tra il 2019 e il 2023. Lo studio di Freshfields ha precisato che i controlli del 9 ottobre 2025 sono entrati in vigore immediatamente per le esportazioni dirette di elementi cinesi, mentre le clausole de minimis e il meccanismo FDPR esteso erano previsti per il 1° dicembre 2025, poi sospesi nell’ambito dell’accordo post-summit con gli USA.

La sospensione fino al 10 novembre 2026 è quindi una pausa negoziale, non un abbandono dello strumento. Se le trattative tra Washington e Pechino non produrranno risultati concreti entro quella scadenza, le clausole extraterritoriali potrebbero tornare in vigore, estendendo il perimetro dei controlli a qualsiasi operatore globale che utilizzi terre rare di origine cinese.

La diversificazione che non arriverà in tempo

Il tema della diversificazione delle filiere è presente nell’agenda politica occidentale almeno dal 2020, ma i tempi dell’industria estrattiva e metallurgica non si comprimono per decreto. La raffineria Iluka Resources in Australia — uno dei progetti più avanzati al di fuori della Cina per la lavorazione delle terre rare pesanti — dovrebbe diventare operativa nel 2028. Secondo le stime di EE Times, una capacità di raffinazione occidentale significativa e scalabile non sarà disponibile prima del 2030.

Negli Stati Uniti il progetto più ambizioso sul fronte della catena del valore integrata è quello di USA Rare Earth, che punta a una capacità di 10.000 tonnellate annue di magneti NdFeB entro il 2029, con il deposito Round Top in Texas come fonte upstream e lo stabilimento di Stillwater in Oklahoma per la produzione di metalli e magneti. Il finanziamento del Dipartimento del Commercio, da 1,6 miliardi di dollari, e l’acquisizione di Serra Verde Group in Brasile — l’unico produttore scalabile di tutte e quattro le terre rare magnetiche fuori dall’Asia — suggeriscono che la volontà politica c’è. Ma la struttura operativa non sarà pienamente in produzione prima della fine del decennio.

La finestra tra oggi e quella data è esattamente lo spazio in cui si gioca la partita. La scadenza di novembre 2026 per la sospensione del livello ottobre cade nel mezzo di questo intervallo critico. Per i produttori di apparecchiature litografiche, per i costruttori di moduli per applicazioni di difesa e per i progettisti che lavorano su componenti ad alta frequenza, la dipendenza da forniture cinesi di terre rare pesanti non è un rischio teorico futuro, è una variabile attiva nei piani di approvvigionamento del prossimo trimestre.

Il summit di Pechino ha spostato i mercati, non ha cambiato la struttura del problema.


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