Dal 22 marzo Trump minaccia l'Iran: apri lo Stretto o ti bombardiamo. Il 6 aprile era il giorno dell'ultimatum; per l'industria dei semiconduttori, la risposta di Tehran vale diversi mesi di produzione di chip in Asia orientale.
Alle 20:00 ora di Teheran di sabato 4 aprile, Donald Trump ha scritto su Truth Social: “Time is running out — 48 hours before all Hell will reign down on them”. Il termine di questo ultimatum, già rinnovato più volte rispetto alle prime minacce del 22 marzo, è stato spostato a oggi, lunedì 6 aprile, come nuovo limite. Ogni proroga ha offerto ai mercati qualche ora di sollievo; ogni nuova scadenza ha riportato il nervosismo su petrolio, shipping e tecnologia. Stavolta però il contesto è diverso: ai margini dell’ultimatum, canali diplomatici indiretti fra Washington e Tehran, con il coinvolgimento di mediatori in Pakistan, Turchia ed Egitto, hanno moltiplicato i contatti nelle ultime 48 ore, secondo fonti diplomatiche regionali. Forse abbastanza per un ulteriore rinvio, forse abbastanza per un accordo; per la supply chain dei semiconduttori nel Golfo Persico e per l’industria dei semiconduttori, la differenza tra i due scenari vale diversi mesi di produzione.
⚠️ Aggiornamento – Pomeriggio 6 aprile 2026 – Trump ha revocato l'ultimatum all'Iran, citando colloqui definiti "buoni e produttivi" con Teheran attraverso i canali diplomatici dei mediatori. Lo Stretto di Hormuz rimane de facto chiuso al traffico commerciale pesante; la crisi della supply chain dell'elio non si risolve con la sospensione delle minacce militari. L'analisi degli scenari nell'articolo rimane valida per le settimane a venire.
Cosa ha a che fare Hormuz con i chip?
La risposta semplice: l’elio. Ne abbiamo già parlato in un nostro precedente articolo. Il Qatar fornisce circa un terzo dell’offerta mondiale di elio, concentrata nel complesso di Ras Laffan Industrial City, il più grande terminale GNL del pianeta. All’inizio di marzo, una serie di attacchi con droni e missili iraniani ha colpito Ras Laffan, costringendo QatarEnergy a fermare parte della produzione di GNL e dichiarare una strategia di forza maggiore sulle spedizioni. Con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso al traffico commerciale più pesante, le navi cisterna che trasportano elio liquefatto dal Golfo hanno subito ritardi e cancellazioni, riducendo drasticamente i flussi verso Asia, Europa e Stati Uniti.
Secondo le stime di Phil Kornbluth (Kornbluth Helium Consulting) e di grandi banche d’investimento, il blocco del Qatar e le difficoltà logistiche su Hormuz hanno rimosso dal mercato tra il 30% e il 38% dell’offerta globale di elio, facendo raddoppiare i prezzi spot in alcune regioni e spingendoli in un intervallo di crescita compreso tra il 70% e il 100% rispetto a inizio marzo. Per l’Asia orientale, analisi di mercato indicano rialzi particolarmente forti, con il Nord‑Est asiatico che registra i maggiori aumenti sui contratti ad alta purezza.
Perché questo conta per i chip? Perché l’elio è indispensabile in due punti difficilmente sostituibili della produzione di semiconduttori. Nei sistemi di litografia EUV e DUV viene usato per il trasferimento di calore nelle camere di esposizione e per la purificazione dei percorsi ottici, perché è l’unico gas che a quelle condizioni non assorbe la radiazione ultravioletta e non contamina le superfici. Nei sistemi criogenici di misura di precisione e nelle pompe turbomolecolari per i processi di deposizione sotto vuoto, l’elio funziona da refrigerante a temperature che pochi altri gas possono raggiungere, rendendolo critico per il funzionamento continuo delle linee di produzione.
Secondo Fitch Ratings, Corea del Sud e Taiwan sono i due ecosistemi di chip più esposti perché dipendono in larga misura dal Qatar per l’import di elio: Seul ha importato circa il 65% del proprio elio dal Qatar nel 2025, mentre Taiwan “fa affidamento sulla maggioranza delle forniture” provenienti dallo stesso hub. Le agenzie di rating e gli analisti di settore indicano che le scorte operative nelle fab coprono di solito poche settimane di consumo — nell’ordine di due‑quattro — prima che si debbano attivare fonti alternative più costose, come spedizioni dagli Stati Uniti. Un report recente segnala che i principali produttori di semiconduttori sudcoreani potrebbero dover attingere alle riserve strategiche fino a inizio estate se le interruzioni dovessero prolungarsi.
I due scenari per chip e semiconduttori
Se oggi Trump dovesse ottenere un’intesa di principio — o almeno un impegno credibile a una riapertura parziale di Hormuz e a un cessate il fuoco intorno a Ras Laffan — la reazione immediata più probabile sarebbe un rally sui titoli dei semiconduttori e delle memorie, dopo settimane di volatilità che hanno pesato su TSMC, Samsung, SK Hynix e su gran parte del comparto chip globale. Tuttavia, anche nello scenario migliore, la normalizzazione della supply chain dell’elio richiede tempo: analisti ed energy company parlano di un orizzonte minimo di diverse settimane per riportare Ras Laffan a una capacità significativa, e di anni per riparare completamente le infrastrutture danneggiate. Alcune valutazioni indicano che, anche con una ripartenza parziale entro sei‑otto settimane, una quota delle esportazioni di elio potrebbe restare offline a lungo, mantenendo i prezzi elevati e costringendo le fab a ricalibrare i propri piani di produzione.
Se invece il termine scadesse senza accordo e Trump desse seguito alle minacce con strike estesi contro centrali e infrastrutture iraniane, lo scenario si biforcherebbe ulteriormente. Da un lato, un’escalation militare potrebbe aumentare la pressione su Teheran e portare nel medio periodo a negoziati più seri; dall’altro, nel breve termine, consoliderebbe la chiusura di Hormuz, spingerebbe ancora più in alto i prezzi del petrolio — già vicini o oltre i 108 dollari al barile — e renderebbe più difficile qualsiasi ripresa ordinata della produzione in Qatar. In questo caso, il cluster di crisi sui materiali — elio, alluminio legato alla produzione nel Golfo e tungsteno già sopra i 3.000 dollari per MTU secondo i dati più recenti di mercato — si intensificherebbe, rafforzando il rischio di strozzature simultanee su più input critici.
10 aprile: TSMC e il primo bilancio della crisi dei semiconduttori
L’industria non misura il tempo con i comunicati diplomatici, ma con le trimestrali: il 10 aprile TSMC pubblica i ricavi di marzo 2026, il primo report mensile pienamente successivo agli attacchi su Ras Laffan e alla chiusura de facto di Hormuz. A gennaio il gruppo ha registrato un +37% anno su anno, mentre febbraio ha segnato un +22%, con una crescita cumulata di circa il 30% sui primi due mesi del 2026 rispetto al 2025. Così come notato da Investing.com, se i dati di marzo mostreranno un rallentamento, il segnale verrà letto come la prima materializzazione contabile degli shock su elio e input energetici, con implicazioni dirette per i piani di capex e per la traiettoria di offerta dei chip avanzati.
Nel frattempo, Goldman Sachs ha aggiornato le sue stime: secondo una nota diffusa nel weekend, il fatturato globale dei semiconduttori potrebbe crescere del 49% entro fine 2026, con i ricavi dell’hardware AI che supererebbero i 700 miliardi di dollari nel quarto trimestre 2026. È questo il paradosso della settimana che si apre oggi: le proiezioni di lungo periodo per l’AI non sono mai state così ottimistiche, mentre il rischio a breve termine non è mai stato così concreto, sospeso tra un canale marittimo bloccato e un impianto di elio bombardato. Hormuz, in questo senso, è la cerniera tra i grafici degli analisti e le camere a vuoto delle fab.
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