Scacco alla Cina (per ora) – audio editoriale PCB, gen-feb 2023

Un paio di giorni fa si è consumato uno degli ultimi atti di quella che gli analisti definiscono come la “seconda guerra dei semiconduttori”. Una guerra di cui non si vede ancora la fine e di cui non si percepiscono sempre le reali dimensioni, nascosta fra le pieghe di manovre finanziarie, acquisizioni e confronti diplomatici più o meno alla luce del sole. Una guerra che non si combatte sui campi di battaglia, ma che potrebbe rappresentare sicuramente uno degli elementi scatenanti di un conflitto militare in Asia. 

Secondo Bloomberg News, in base a quanto trapelato il 27 gennaio, il Giappone e i Paesi Bassi si uniranno presto agli Stati Uniti per limitare le esportazioni di apparecchiature per la produzione di semiconduttori in Cina. Come c’era da immaginare, il tutto non è stato commentato ufficialmente dalle parti in causa.

Cosa significa tutto ciò? Nient’altro che l’ultimo atto – in temini di tempo – di quel lungo braccio di ferro fra Cina e Stati Uniti di cui abbiamo diverse volte parlato e che serve a contenere quell’ambizioso progetto cinese denominato “Made in China 2025”. Quest’ultimo è un progetto che si basa su tre colonne portanti: la Cina come punto di riferimento mondiale per la produzione di semiconduttori, la sua presenza sempre più massiccia nelle attività finanziarie nel settore e, infine, la crescita, in termini di catena del valore, ottenuta dalle tante manovre di acquisizione, assimilazione e creazione ex novo di realtà industriali, supportate da un gran numero di ingegneri dalla brillante formazione. Tutto ciò per semplificare al massimo una situazione che definire complessa è veramente poco.

La manovra americana, che continua a consolidare le basi per il sistema di contenimento economico e strategico cinese nel settore elettronico, si basa sulla consapevolezza che – in un ambito così tanto diversificato, ma così strettamente connesso, come quello della produzione avanzata di semiconduttori – ci vogliano non solo anni per colmare il gap tecnologico, ma anche quantità finanziarie immense e, soprattutto, competenze produttive che, strategicamente parlando, non si riescono a replicare in tempi brevi.

Tanto per fare un esempio, l’olandese ASML (questo è il motivo del coinvolgimento dell’Olanda nella mossa di cui ha parlato Bloomberg) produce la macchina tecnologicamente più complessa (e fra le più costose) della storia umana. Si tratta di un sistema da quasi 200 milioni di euro capace di produrre, mediante un uso particolare di tecnologie litografiche avanzatissime, qualsiasi tipo di microprocessore avanzato in produzione in questo momento.

È vero che se i cinesi entrassero in possesso di tale macchina non riuscirebbero a replicarla con facilità. Ma siamo sempre alle solite: non si tratta di capacità tecniche o economiche, ma di esperienza e di tempo, e la prima è legata strettamente al secondo. Magari il progetto “Made in China 2025” sarà destinato a fallire, ma – nel tempo – altri progetti seguiranno e il contenimento sarà sempre più difficile.

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