L’impatto sulle aziende europee del Dodd-Frank Act

AMBIENTE –

Gli Stati Uniti hanno approvato il “Dodd-Frank Wall-Street Reform and Consumer Protection Act” che, tra le varie normative, regola e previene il commercio dei “conflict minerals”.

I limiti entro cui sussistono le responsabilità delle aziende si stanno espandendo. La necessità di pensare oltre i processi interni e lungo le supply chain hanno spinto i governi ad adottare un approccio più responsabile, per proteggere concretamente ambiente, consumatori e diritti umani, in tutto il mondo. Di conseguenza, le aziende devono oggi rispettare un numero di leggi in costante aumento che richiedono loro di fornire informazioni precise e dettagliate in merito alla sicurezza dei prodotti, ai processi e alle procedure di progettazione, oltre che ai materiali utilizzati. Assicurare la conformità a tali standard, però, implica per le aziende un sensibile aumento in termini di costi e tempo. Le aziende che non soddisfano i requisiti normativi in vigore sono soggette ad ammende legali di grave entità causando, inoltre, un danno tale da ledere la loro reputazione sul mercato in maniera irreparabile. Gli Stati Uniti hanno recentemente approvato il "Dodd-Frank Wall-Street Reform and Consumer Protection Act" che, tra le varie normative, regola e previene il commercio dei "conflict minerals", i cui proventi finanziano i conflitti armati nella Repubblica Democratica del Congo. Da gennaio 2012, le aziende quotate nella borsa statunitense dovranno sottoporre a rigido controllo la propria supply chain, al fine di verificare le origini di tungsteno, tantalio, stagno e oro (e derivati) nei prodotti realizzati. Considerando l'importanza del settore dell'elettronica negli Usa, questo requisito influirà sicuramente sulle aziende europee.

Bloccare il finanziamento dei conflitti
Il Dodd-Frank Act, firmato dal Presidente Obama nel luglio 2010, è stato redatto per correggere il comportamento delle aziende dopo la crisi e gli scandali finanziari sfociati nella seconda metà dello scorso decennio. Con oltre 2000 pagine di normative, il Dodd-Frank Act ha un ambito di applicazione molto ampio e tratta anche il problema dei "conflict minerals", ovvero i minerali che provengono dalla Repubblica Democratica del Congo e stati confinanti. L'area è una ricca fonte mineraria di stagno, tantalio, tungsteno e oro, materie prime che valgono, potenzialmente, centinaia di milioni di dollari. Tuttavia i profitti di alcune operazioni minerarie, spesso gestite da milizie armate senza scrupoli e colpevoli di grandi crimini umanitari, sembrano essere utilizzati per finanziare i conflitti armati locali. I vari tentativi di prevenire tali abusi sono supportati da numerose organizzazioni tra cui Enough Project, il lavoro di gruppi quali Friends of the Congo, e altre iniziative legittime in ambito minerario portate avanti da aziende locali che operano nel settore come Kalminco, fondata grazie ad alcune cooperative. Senza voler penalizzare il settore minerario non collegato al conflitto che consente la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo sostenibile, le disposizioni del Dodd-Frank Act relative ai "conflict minerals" prevedono che, le aziende che utilizzano queste risorse nei propri processi produttivi, redigano dei rapporti dettagliati nel caso in cui questi provengano dalla Repubblica Democratica del Congo o dagli stati confinanti. È importante ricordare, però, che tali operazioni implicano dei costi per le aziende, sia in termini finanziari che di tempo. Tuttavia, i dettagli chiave della normativa devono essere ancora finalizzati dalla SEC, con preciso riferimento alla documentazione necessaria per dimostrare la conformità e alla modalità di verifica dei report. A partire da gennaio 2012, tempo limite nel quale questi dettagli dovranno essere redatti, le aziende dovranno iniziare a fornire le conformità e i report, al fine di produrre i risultati entro la fine dello stesso anno.

È tempo di agire
Le aziende non direttamente menzionate nell'atto potrebbero anche decidere di non prendere parte all'iniziativa. Questo è, però, di difficile definizione per i principali fornitori di componenti elettronici che commerciano una vasta quantità di prodotti contenenti minerali potenzailmente facenti parte dei "conflict minerals". L'alternativa prevede di intervenire sui fornitori per verificare che soddisfino i requisiti di conformità in ambito di utilizzo dei "conflict minerals". Si prevede, però, che questa operazione sarà molto difficile, poiché i tempi di risposta a queste richieste sono generalmente lunghi, anche per altri requisiti noti da tempo, tra cui quelli della direttiva RoHS; pertanto ottenere una risposta per i "conflict minerals" risulterà probabilmente ancora più impegnativo. Nell'Unione Europea l'attuale mancanza di legislazione sui "conflict minerals" può essere in qualche modo vantaggiosa per le aziende che qui sperano di sottrarsi a questi obblighi. E mentre questa mancanza può essere interpretata come riluttanza, vi è una diversa opinione tra i MEP, secondo cui l'UE dovrebbe intervenire in maniera più concreta e drastica per far sì che le linee di produzione in Europa siano totalmente esenti dall'impiego di "conflict minerals". Il Cancelliere e il Business Secretary del Regno Unito hanno sollevato la questione al meeting del G20 svoltosi ad inizio anno. Dato il peso della normativa e l'elevata presione poltica a riguardo, si prevede che a breve l'Unione Europea adotterà lo stesso approccio. Le aziende devono decidere al più presto se attendere sino ad allora o se iniziare adesso a raccogliere i dati rilevanti, poiché è probabile che i consumatori cominceranno a richiedere le informazioni sui prodotti molto presto.

L'onere della prova
L'impatto più grande sulle aziende, che deriva dalle leggi sui "conflict minerals", sarà dato dalla necessità di vincolare le risorse per raccogliere i dati richiesti. Anche se sono in gioco i contratti di fornitura e l'immagine pubblica, la raccolta dei dati rappresenta un impegno extra per le piccole e medie impresde, già messe sotto pressione dagli onerosi requisiti, sia in termini di costi sia di lavoro, dettati dalle varie legislazioni e direttive, quali la marcatura CE, Rohs, Reach e altri. L'unica certezza derivante dall'ampliamento dei requisiti legislativi è che la raccolta dei dati e il controllo completo della supply chain non possono essere più considerati attività aggiuntive per le aziende, ma richiedono una risorsa dedicata. Sia che il Dodd-Frank Act riesca o meno ad avere un impatto positivo nell'area di conflitto della Repubblica Democratica del Congo, gli Usa hanno implementato delle misure correttive concrete e la loro influenza, a livello globale, oggi pone degli obblighi imprescindibili sulle aziende che operano nel settore dell'elettronica. Se la legislazione riceve il supporto previsto da parte di consumatori e aziende, lo status di "conflict-free" potrebbe divenire realmente un requisito normativo in ambito di etichettatura dei prodotti e di creazione di report. Mentre le aziende in Europa possono scegliere di attendere le direttive dell'UE, è chiaro che la mossa vincente per coloro che commerciano con partner statunitensi sarebbe implementare da subito attività di controllo sui prodotti. Indipendentemente dalle scadenze, però, sarà necessario capire se le aziende Europee disporranno delle risorse necessarie a mettere in pratica queste attività.

Pubblica i tuoi commenti