L’hi-tech secondo Anie

LA PAROLA A... MARIA ANTONIETTA PORTALURI –

Per le imprese del settore l’anno in corso non sembra essere esente da difficoltà: la sempre debole domanda interna, la crisi dei Paesi del Mediterraneo, il forte aumento dei prezzi delle materie prime, la difficile situazione dei pagamenti sono solo alcuni dei motivi di preoccupazione.

Il mercato italiano dell’elettronica, dopo la pesantissima crisi vissuta nel 2009 e l’inversione di tendenza del 2010, che non ha portato però al pieno recupero delle perdite subite, si sta apprestando a vivere un 2011 caratterizzato da molte incertezze. Nella costante debolezza del mercato interno e nelle tensioni non risolte sul fronte internazionale si identificano i principali fattori che frenano oggi la crescita del settore, a cui si aggiungono alcuni rischi da non sottovalutare come l’importante aumento dei prezzi delle materie prime, la difficile situazione del credito e le tensioni dei Paesi del Mediterraneo. Per capire il ruolo del nostro paese nell’hi-tech e per individuare i possibili sviluppi futuri del settore, abbiamo incontrato l’avvocato Maria Antonietta Portaluri, che dal 2008 è Direttore Generale di Anie, la Federazione delle Imprese Elettrotecniche ed Elettroniche, seconda realtà nel sistema Confindustria, che con un fatturato aggregato di 63 miliardi di euro rappresenta il settore con la spesa in attività di ricerca e sviluppo più alta del nostro Paese.

Che ruolo riveste l’Italia nel panorama delle tecnologie in ambito europeo? Quali sono le potenzialità del nostro mercato hi-tech, quali i punti di forza e quali quelli di debolezza?
Tali andamenti sono riconducibili in parte alla repentina ripresa dell’attività industriale nei principali mercati, in particolare asiatici, che ha spinto nuovamente la domanda di input produttivi. Il mercato delle materie prime è stato interessato nell’ultimo decennio da profondi cambiamenti, legati principalmente all’ingresso dei Paesi emergenti nello scenario internazionale. Alcuni di questi Paesi, soprattutto la Cina, rivestono un ruolo importante non solo dal fronte della domanda ma anche come produttori ed esportatori di materie prime. Per questi motivi si sono indeboliti equilibri consolidati da decenni, con conseguenze importanti in termini di stabilità e di continuità.

L’export è sempre stato tra i punti di forza delle imprese hi-tech italiane. Quali sono le tendenze in questo senso? Che impatto può avere la recente crisi dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo?
A tali dinamiche si sono associati anche rilevanti fenomeni speculativi nei mercati finanziari. In presenza di listini deboli, le commodity hanno in alcuni casi assunto il ruolo di beni rifugio, attirando ingenti capitali. Tale situazione ha contribuito ad accrescere la volatilità delle quotazioni. Al tempo stesso la concentrazione dei siti produttivi di alcuni materiali in territori circoscritti ha dato impulso nell’ultimo anno a speculazioni dal lato dell’offerta e a comportamenti di carattere monopolistico da parte di alcuni attori. È questo il caso della Cina che ha minacciato vincoli all’esportazione delle cosiddette “terre rare” - di cui è il principale produttore mondiale - largamente impiegate in diverse lavorazioni high-tech.

Quali possono essere invece le iniziative da mettere in campo utili a far decollare una domanda interna che rimane debole e che ostacola la ripresa?
Nell’ultimo biennio (anni 2009-2010) per le imprese del campione la situazione relativa ai ritardi nei pagamenti - complice la crisi e i suoi effetti sulla liquidità - ha visto un drastico peggioramento a fronte di una situazione già critica (per quasi il 70% delle aziende intervistate). Il 30% delle imprese che hanno preso parte all’indagine dichiarano una situazione stabile, nessun operatore ha segnalato un miglioramento. E’ questo un elemento particolarmente critico in una fase di forte contrazione dei margini come l’attuale.

La recente crisi economica ha accelerato il processo di trasformazione delle nostre imprese. Quali sono oggi le strategie che devono adottare le nostre PMI per rimanere competitive sul mercato?
Da un breve confronto con le dinamiche che le imprese elettrotecniche ed elettroniche italiane si trovano ad affrontare fuori dai confini nazionali, seppur in presenza di criticità nell’ottenimento dei pagamenti nei termini contrattuali, si evidenzia il primato negativo per ritardi del mercato nazionale. In Europa oltre la metà delle imprese (56%) non ha riscontrato ritardi nei pagamenti, una percentuale ben diversa da quella evidenziata nel nostro Paese, dove il fenomeno sembra purtroppo aver assunto i caratteri di pratica usuale. I ritardi medi sperimentati dalle imprese elettrotecniche ed elettroniche italiane con i clienti privati al di fuori dei confini nazionali si avvicinano ai 30 giorni (45 giorni era il corrispondente dato evidenziato nel mercato domestico). Con riferimento ai Paesi europei vengono indicati come più virtuosi Germania, Regno Unito e Malta, mentre al contrario vengono riscontrate maggiori difficoltà in Spagna, Grecia e Romania.

La difficile situazione del credito e i ritardi nei tempi di pagamento sta impattando negativamente sulle aziende già penalizzate dalla crisi. Qual è il vostro commento in merito?
Guardando al numero medio di giorni extracontrattuali di ritardo nei pagamenti per tipologia di attore, emergono dalle risposte delle imprese maggiori difficoltà nell’interazione con i clienti pubblici: in media oltre 150 giorni di ritardo nei pagamenti, mentre l’analogo dato per i clienti privati è vicino ai 45 giorni. Più in dettaglio è la PA locale a mostrare una maggiore propensione alla dilazione dei pagamenti. Fra i Grandi Committenti, sono in particolare gli operatori nel settore dei trasporti a evidenziare ritardi nei pagamenti più accentuati. 

Anche la situazione dei prezzi delle materie prime sembra essere fonte di preoccupazione per le aziende del settore. Ci sono novità in questo senso?
A differenza di quanto riscontrato nel nostro Paese, dalle indicazioni delle imprese non si evidenzia un peggioramento del fenomeno dei ritardi nei pagamenti nell’ultimo biennio, ma una situazione di sostanziale stabilità (per il 70% delle imprese del campione). Il peggioramento dei ritardi in tempo di crisi sembrerebbe, dunque, pregiudicare - quale onere aggiuntivo e ostacolo all’attività ordinaria e straordinaria aziendale - soprattutto le imprese che operano principalmente in Italia rispetto ai competitor europei.

Dal vostro osservatorio privilegiato quali sono i settori in generale, e quali in particolare le applicazioni, che offrono le migliori potenzialità future alle imprese del settore?
Dal quadro emerge che le imprese strette nella morsa di pagamenti dilazionati e condizionate al tempo stesso da una difficile congiuntura hanno subito rilevanti conseguenze sia nella gestione ordinaria sia, elemento più critico, nelle scelte strategiche. Con riferimento ai Paesi extraeuropei, la situazione dei ritardi nei pagamenti per le imprese elettrotecniche ed elettroniche italiane sembra decisamente peggiorare rispetto al contesto europeo. Il 70% delle imprese del campione ha evidenziato nel 2010 fenomeni di dilazione nei pagamenti. Su tale dato si riflettono peculiarità che variano da nazione a nazione e una diversificazione nei mercati di sbocco in cui si trovano a operare le imprese. Anche nei territori extraeuropei i ritardi sono stati riscontrati soprattutto da parte dei clienti pubblici e, in caso di ritardo, risulta comunque estremamente difficile ottenere il pagamento degli interessi.

I dati di fine 2010 forniscono indicazioni contrastanti sui possibili sviluppi del 2011. Quali sono le indicazioni di Anie in questo senso?
In particolare, per arginare le sofferenze nel breve periodo le imprese si sono viste costrette a ritardare a loro volta i pagamenti ai fornitori (per quasi l’80% del campione) e a rivolgersi, accrescendo l’indebitamento, agli Istituti di credito (più del 60%). È inoltre stato segnalato un incremento degli oneri, finanziari e non, che si va ad aggiungere a una situazione già precaria. Un ulteriore elemento di elevata criticità (segnalato dal 30% degli operatori) è dato, in conseguenza alle minori risorse disponibili, dalla contrazione degli investimenti previsti, fattore molto rilevante in quanto pregiudica le traiettorie di sviluppo futuro dell’impresa e la sua stessa sopravvivenza.Dalle indicazioni delle imprese che hanno preso parte all’indagine non si evidenzia, anche al di fuori dei confini europei, un peggioramento del fenomeno nell’ultimo biennio, ma una situazione di stabilità (per circa il 70% del campione). Dal quadro emerge che le imprese strette nella morsa di pagamenti dilazionati e condizionate al tempo stesso da una difficile congiuntura hanno subito rilevanti conseguenze sia nella gestione ordinaria sia, elemento più critico, nelle scelte strategiche.

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