L’Europa dei chip può tornare a risplendere

LA PAROLA A... PASQUALE PISTORIO –

Affinchè l’industria microelettronica europea esca dalla crisi è necessario che le aziende si dimostrino più coraggiose puntando alla crescita senza paura di affrontare segmenti o applicazioni difficili. Anche una maggiore attenzione alla responsabilità sociale può giocare un ruolo importante.

President & Ceo di STMicroelectronics dal 1980 al 2004. Presidente di Telecom Italia nel 2007. Poi vicepresidente per l'innovazione di Confindustria, consulente per la tecnologia e l'industria del governo francese e di quello di Singapore. E l'elenco dei premi e delle onorificenze ricevute ai quattro angoli del mondo, dal Marocco agli Stati Uniti, è lungo. Insomma, Pasquale Pistorio l'industria mondiale dei semiconduttori la conosce bene. E ha contribuito a scriverne un pezzo importante di storia. La sua ricetta per rimettere l'Europa dei chip sotto le luci della ribalta? Semplice: lottare per aumentare la quota di mercato, senza paura e senza abbandonare il campo. Prima creare le condizioni per crescere, poi ottimizzare i costi.

Qual è il suo giudizio sulle possibilità dell'Italia e dell'Europa di continuare a calcare da protagoniste il palcoscenico dell'industria mondiale dei semiconduttori?

La situazione è difficile. Lo era però anche agli inizi degli anni '80. Allora i consigli di amministrazione dei colossi europei della microelettronica non vedevano nessuna speranza all'orizzonte. Le società perdevano soldi, non riuscivano a imporsi nelle classifiche del settore. E volevano gettare la spugna. Poi è successo che una azienda italiana, considerata da molti una delle tante decotte realtà a partecipazione statale, ha dimostrato che si poteva fare profitto con i chip. L'allora SGS (diventata poi STMicroelectronics) è diventata un leader riconosciuto e rispettato, scalando i vertici del successo. Siamo riusciti a convincere l'Europa che la battaglia non era persa. E sono nati i programmi paneuropei per la ricerca nella microelettronica, con la partecipazione di grandi e piccole aziende, di laboratori di ricerca e università del Vecchio Continente. All'inizio degli anni '90, ben tre europei erano saldamente inseriti nell'elenco dei primi dieci produttori mondiali di microelettronica, con soddisfazione degli azionisti. Siamo stati noi, di ST, l'elemento catalizzatore di questo successo. Il risultato di un lavoro fatto con entusiasmo, di una visione lungimirante che ha saputo coinvolgere il management delle aziende, gli azionisti pubblici e privati, i governi e le istituzioni.

E oggi?
Viviamo un momento difficile. Perché? Me lo lasci dire usando un proverbio preso a prestito dalla mia Sicilia: il pesce puzza dalla testa. È mancata una seria politica per la ricerca da parte dei governi. Non c'è stata una visione manageriale di lungo periodo. Sono scomparsi interi settori industriali in cui l'Europa era leader: il consumer, con Thomson; la telefonia mobile, con Nokia; il wireless, con Ericsson. Oggi, tra i primi 10 produttori mondiali di chip, tra gli europei c'è solo ST che rischia però di scivolare verso posizioni più basse perché continua a rifocalizzarsi su nicchie di mercato interessanti, ma ahimè non abbastanza grandi. L'Europa microelettronica perde quote di mercato, profitto. Non presidiamo più settori strategici.

Un declino inarrestabile? Si può fare qualcosa?

Nulla è inarrestabile e, certo, qualcosa si può e si deve fare. Bisogna avere il coraggio di osare, di rischiare. Ci vuole la capacità e la determinazione per aumentare la quota di mercato nel settore globale della microelettronica. Ecco: aumentare la quota di mercato. Questo deve essere l'imperativo. Le aziende devono lottare per conquistare nuovi territori e poi lavorare, al proprio interno, per adeguare la struttura dei costi. La prima cosa da fare, è incrementare la market share. Non si devono abbandonare segmenti destinati a una rapida crescita. Sarebbe una follia, per esempio, trascurare la ricerca e gli sviluppi nella microelettronica digitale. I governi, l'Unione Europea: tutti devono giocare il loro ruolo con decisione. E le aziende del settore devono buttare il cuore oltre l'ostacolo. Puntare a crescere, senza aver paura di affrontare segmenti di mercato o applicazioni difficili, senza uscire da un segmento non appena il gioco si fa duro. Io sono convinto che non sia ancora il momento di buttare la spugna. Certo, ci vuole un serio colpo di reni per invertire la tendenza e riprendere a risalire velocemente. Ma gli ingredienti di base ci sono. E non le nascondo che a volte sono solleticato dall'idea di rimettermi in gioco…

Lei però adesso si occupa di altro. La sua fondazione cerca di migliorare le condizioni dei bambini più poveri, nei paesi in via di sviluppo. Da dove nasce questa sua attenzione ai più deboli?

Sono sempre stato un convinto assertore della responsabilità sociale dell'impresa. Già negli anni 70, sostenevo che un'azienda non dovesse rendere conto solo agli azionisti ma anche ai propri stakeholder. Anzi, ero convinto che rispondendo adeguatamente alle esigenze degli stakeholder (quindi il personale, le comunità in cui l'azienda opera, la società in senso lato) si facessero anche gli interessi degli azionisti. Allora era un concetto rivoluzionario. La mia sensibilità mi ha portato a essere sempre molto attento a chi aveva più bisogno. Ho utilizzato, per far nascere la fondazione, gran parte del bonus che ST e Telecom Italia mi hanno riconosciuto al termine del rapporto di collaborazione. Lo scopo della Fondazione Pistorio è fornire ai bambini accesso al cibo, all'assistenza sanitaria ma soprattutto all'educazione. Sono convinto che l'educazione sia lo strumento migliore per spezzare il ciclo della povertà. La fondazione ha alcune caratteristiche peculiari. Innanzitutto un costo di struttura che all'inizio, e per alcuni anni, è stato zero: ci siamo avvalsi solo dell'opera di volontari. Comunque lo statuto prevede che la nostra struttura non potrà mai costare più del 10% del totale dei nostri interventi. Poi siamo presenti in Tailandia, Burkina Faso e Cambogia appoggiandoci a chi è già attivo in loco: siamo in sintonia con le realtà locali ma non abbiamo alcuna affiliazione politica o religiosa. Infine ci finanziamo solo ed esclusivamente con contributi volontari. Oggi assistiamo 2200 bambini. Il nostro obiettivo è aiutare non solo i bambini, ma tutta la comunità in cui sono inseriti. Insegniamo loro a organizzarsi per uscire dalla povertà. Vogliamo portarli ad essere in grado di camminare con le loro gambe. Il nostro intervento ha successo quando, dopo un po', possiamo andarcene tornando solo ogni tanto a controllare che tutto proceda bene. Abbiamo fatto così in Tibet, dove oggi non siamo più presenti direttamente. Prevediamo di poter presto terminare il progetto presso una comunità tailandese alla quale abbiamo insegnato come dotarsi di una infrastruttura adeguata. E adesso abbiamo appena fatto partire un importante progetto in Burkina Faso.

Lei vive tra Singapore e l'Italia. È impegnato su mille fronti. Essendo nato nel 1936 non è più un ragazzino. Come riesce a far fronte a tutte queste attività? Quali sono le sue vere passioni?
Le mie passioni sono tre. La prima è la Fondazione Pistorio: voglio davvero riuscire a fare la differenza per i bambini a cui ci rivolgiamo, aiutandoli a uscire dalla loro condizione. La seconda è il mondo dei semiconduttori, a cui ho dedicato gran parte della mia vita. Ancora oggi sono molto attivo in questo settore e metto la mia esperienza a disposizione di chi me lo chiede. Infine, sono innamorato dell'Italia. Conosco bene il mondo dell'industria e della politica italiana e cerco di dare consigli e aiutare. Sia nella mia Sicilia che a livello nazionale. Se potessi contribuire a rafforzare il ruolo dell'Italia nel mondo dei semiconduttori ne sarei davvero fiero.

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