L’editoriale di Novembre 2011

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Investimenti italiani in ricerca

L'innovazione è il motore per lo sviluppo. E la ricerca è l'elemento di base dell'innovazione. Affermazioni ovvie, banali, sulla bocca di tutti. Eppure alcuni dati presentati recentemente da Anie (la confederazione italiana delle società di elettronica ed elettrotecnica, una costola di Confindustria) sono illuminanti. In Italia non si arriva a spendere neppure l'1,5% del Pil (Prodotto Interno Lordo) in ricerca e sviluppo. Meno, molto meno del 4% circa della Finlandia (già, ma da quelle parti abita Nokia), del 2,8% della Germania. Ma anche molto meno del 2,0% della media dell'Unione Europea a 27 Stati.

E per il futuro? Il nostro obiettivo per il 2020 è arrivare alla fatidica soglia dell'1,5%. Peccato che nel frattempo la media dell'Unione Europea si sarà assestata su un rotondo 3,0% del Pil speso in ricerca. Saremo sorpassati persino dall'Estonia, dalla Slovenia e dal Belgio, tutte impegnate a raggiungere il 3,0%. Dietro di noi però ci saranno la Bulgaria, Malta, Cipro, il Lussemburgo… nazioni di tutto rispetto, ma forse non con le nostre stesse ambizioni.

Il motivo di questa situazione? Difficile trovarne uno solo, anche se Anie qualche indicazione la dà. I finanziamenti pubblici alla spesa in ricerca delle imprese, nel nostro Paese, non raggiungono neppure (udite, udite!) lo 0,05% del Pil. Negli Usa e in Francia siamo quasi allo 0,25%.
Eppure la nostra industria manifatturiera “hi-tech” continua ad essere la quarta dell'Europa a 27, con un valore della produzione di 57,6 miliardi di euro (dati relativi al 2008), da confrontare con i 132,2 miliardi della Germania, i 92 della Francia e i 66,5 del regno Unito.

Per quanto tempo ancora la nostra industria riuscirà a reggere, in assenza di una solida base di ricerca? Non molto, temo. Già oggi, l'Italia è il fanalino di coda per numero di brevetti depositati presso l'Epo (Ufficio Europeo Brevetti). Siamo superati addirittura… dalla Cina. Proprio così. In Europa persino i cinesi brevettano più di noi. Ma non erano capaci solo di copiare? Per non parlare poi dei tedeschi, francesi, britannici che hanno un portafoglio di brevetti hi-tech “europei” che sembra quasi inarrivabile per noi. In questo scenario poco luminoso, Anie ribadisce con forza: “bisogna cambiare rotta e migliorare la gestione delle (scarse) risorse. Esistono da diversi anni tavoli tecnici attivi in Confindustria sul tema della ricerca, ma spesso mancano all'appello le istituzioni.”

È necessario fare in fretta, oppure… ma tanto noi siamo il paese del sole e della cultura, no? Male che vada, potremo vivere di turismo nelle nostre città d'arte e nelle nostre meravigliose spiagge!

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