Chips Act 2.0: a Novara la filiera non c’è ancora

Chips Act

Un gruppo di Singapore porta ad Agognate il suo primo stabilimento europeo, con 1,3 miliardi di sostegno pubblico. Bruxelles sta scrivendo le regole che diranno a quali condizioni investimenti come questo contano per l'Europa. Il testo è ancora una proposta, e la domanda più difficile non riguarda il passaporto.

Agognate è una frazione alla periferia di Novara. Se il calendario indicato a settembre dal sindaco Alessandro Canelli verrà rispettato, nella primavera del 2027 su quel terreno partirà il cantiere del primo stabilimento europeo di Silicon Box. Il progetto si chiama «Vulcan», vale 3,2 miliardi di euro e punta a circa 1.600 posti di lavoro diretti a regime. L'impianto non produrrà wafer: si occuperà del back-end, cioè integrazione di chiplet, packaging avanzato e collaudo.

Il 1° ottobre 2026 il consiglio di amministrazione di Invitalia ha approvato il progetto e il sostegno pubblico previsto, 1,3 miliardi di euro, come ha comunicato il ministero delle Imprese. L'accordo di sviluppo era stato firmato il 31 marzo. Il via libera non apre però il cantiere: mancano ancora gli adempimenti progettuali e autorizzativi, e la primavera 2027 resta un obiettivo, non una data certa.

Silicon Box ha sede a Singapore. Quel dettaglio, letto accanto alla cifra degli aiuti, porta in Piemonte una domanda che l'Europa discute da mesi senza averla ancora risolta: come si rafforza la produzione nell'Unione senza chiudere la porta ai gruppi extraeuropei, e che cosa si chiede loro in cambio del denaro pubblico?

Per capire perché la domanda sia tornata adesso bisogna fare un passo indietro di tre anni.

Un obiettivo che si allontana

Il regolamento europeo sui semiconduttori del 2023 aveva un traguardo preciso: portare al 20% entro il 2030 la quota europea del valore della produzione mondiale di microchip avanzati e sostenibili. Il regolamento ha contribuito a mobilitare investimenti pubblici e privati. Il traguardo, invece, appare lontano.

Nella relazione speciale 12/2025 la Corte dei conti europea riporta una stima secondo cui la quota dell'Unione nella catena globale del valore dei semiconduttori potrebbe arrivare all'11,7% nel 2030, contro il 9,8% del 2022. Il dato va letto con precisione. Misura la quota nella catena del valore secondo la metrica usata dalla Corte, non la quota europea di tutta la produzione fisica mondiale.

La stessa relazione contiene un numero che spiega molto. I finanziamenti attesi per il periodo 2021-2027 associati alla strategia valgono 86 miliardi di euro: circa 43 di investimenti pubblici orientati dalle politiche e un importo comparabile di investimenti privati. Di questi, circa 4,5 miliardi sono fondi dell'Unione gestiti direttamente dalla Commissione o dalle strutture europee competenti. Il resto dipende dagli Stati membri e dalle imprese. La Corte registra così una sproporzione fra l'ambizione comune e la capacità di Bruxelles di dirigere le risorse.

Il Chips Act qualche risultato lo ha prodotto. Il problema è che il traguardo dipende da investimenti nazionali e privati, dalle condizioni di mercato, dalle materie prime, dai costi dell'energia e dalle competenze disponibili. La lezione è semplice: gli incentivi all'offerta, da soli, non creano né la domanda né l'ecosistema.

Il secondo tentativo

Da quella lezione parte la proposta di Chips Act 2.0 presentata dalla Commissione il 3 giugno 2026 e destinata a sostituire il regolamento del 2023. Il testo, registrato come COM(2026) 504, segue la procedura legislativa ordinaria: Parlamento e Consiglio devono esaminarlo e possono cambiarlo. Quello che segue descrive dunque una proposta, non norme in vigore.

La Commissione prova a rafforzare insieme la capacità produttiva e l'adozione di semiconduttori progettati o fabbricati nell'Unione. Lo strumento più nuovo sono i «Demand Accelerators», pensati per avvicinare produttori e utilizzatori industriali e rendere più prevedibili requisiti e domanda futura in cloud, automotive, aeronautica, telecomunicazioni e difesa. L'obiettivo è ridurre l'incertezza che frena gli investimenti. Non si tratta di una garanzia di ordini pubblici, né di un obbligo generalizzato di comprare europeo: gli effetti dipenderanno dal testo definitivo e dagli strumenti attuativi.

Accanto a questi, la proposta prevede misure per accelerare le autorizzazioni dei progetti strategici e per rafforzare gli ecosistemi territoriali e il coordinamento della filiera. Anche qui contano i dettagli: i termini e gli obblighi valgono alle condizioni fissate dalla proposta, e le autorizzazioni industriali ordinarie sono un'altra cosa rispetto alle procedure sugli aiuti di Stato.

Poi c'è il denaro. Le risorse dopo il 2027 dipendono dal quadro finanziario pluriennale 2028-2034, ancora in negoziato. Oggi nessuno può dare per acquisita, per il nuovo Chips Act, una dotazione paragonabile alle cifre associate al primo programma.

Finché il bilancio resta aperto, la partita si gioca sulle definizioni. E la prima riguarda proprio Agognate.

Chi è un'impresa europea

Il criterio decide chi potrà accedere a determinate misure o ottenere uno status strategico. Secondo Agence Europe, che ne ha riferito il contenuto, una bozza di compromesso della presidenza irlandese manterrebbe una definizione ampia di impresa ammissibile, comprendendo anche alcune società controllate da gruppi di paesi legati all'Unione da accordi commerciali o partenariati pertinenti. È un testo di lavoro, conosciuto attraverso un resoconto giornalistico: non è una regola dell'Unione.

Un fatto, invece, è verificabile. L'accordo di libero scambio fra Unione e Singapore è in vigore dal 21 novembre 2019. Nella lettura della bozza può pesare. Non basta però a concludere che Silicon Box soddisferà ogni requisito futuro, perché contano tutte le condizioni applicabili, la versione finale del regolamento e gli eventuali atti attuativi.

La Francia, secondo i resoconti del dibattito, ha difeso un'impostazione più legata al luogo in cui si produce nell'Unione. La differenza è sostanziale. Un criterio fondato sulla sede o sul controllo societario può includere gruppi non europei che investono in Europa; uno territoriale guarda alla produzione e alle attività svolte nel mercato unico. Tutte e due devono fare i conti con una filiera dei semiconduttori costruita su scala internazionale.

Fin qui il caso Novara sembra una questione di definizioni. Ma c'è un problema, e arriva subito dopo.

La clausola che conta

La stessa bozza, sempre secondo il resoconto di Agence Europe, affiancherebbe alla definizione una condizione sulla sicurezza dell'approvvigionamento. Le imprese interessate dovrebbero dimostrare di lavorare per ridurre le dipendenze critiche da fornitori esterni all'Unione e, dove possibile, di coinvolgere imprese europee nella catena di fornitura. La portata esatta resta provvisoria e oggi non si applica a Silicon Box. La direzione, però, è chiara: il passaporto non basta, conta come si organizza la filiera.

Per il packaging avanzato è il punto più delicato. Una fabbrica di wafer lavora il silicio; un impianto di back-end assembla e collega die, chiplet e altri elementi per ottenere un dispositivo più complesso. Servono substrati, materiali specializzati e componenti che arrivano spesso da fornitori concentrati in Asia. L'integrazione di più chiplet permette di combinare funzioni e tecnologie diverse, ma regge solo se esistono componenti compatibili e una rete industriale molto specializzata.

Cosa significa concretamente per Agognate? Che l'Europa ha buone ragioni per ampliare le proprie capacità in questo segmento. E che, senza dati quantitativi e una mappatura dei fornitori, nessuno può dire oggi quanta parte dei materiali impiegati a Novara verrà dall'Asia, quali forniture saranno considerate critiche e quali alternative europee saranno davvero disponibili. La concentrazione della filiera è un dato generale; il profilo del futuro stabilimento, per ora, no.

Lo stesso vale per gli obblighi di comunicazione sulla sicurezza degli approvvigionamenti, per le esenzioni quando le informazioni non sono ragionevolmente disponibili e per i poteri d'intervento della Commissione. Sono salvaguardie condizionate, legate al testo esatto della proposta o della bozza, e vanno lette come tali.

Sovranità senza autarchia

Il Consiglio «Competitività» del 24 settembre 2026 ha dato al negoziato una cornice. I ministri hanno sostenuto in generale l'obiettivo di rafforzare l'ecosistema europeo, ridurre le dipendenze strategiche e stimolare la domanda locale, mantenendo mercati aperti e cooperazione con partner affidabili. Il Consiglio ha chiesto anche di coinvolgere PMI, start-up e regioni con ecosistemi emergenti.

Letta da Novara, quella cornice cambia la prospettiva. La resilienza non chiede che ogni componente sia fabbricato nell'Unione. Chiede di sapere dove si concentrano i rischi, di evitare dipendenze ingestibili e di sviluppare alternative nei segmenti strategici. Per un impianto di packaging può voler dire allargare un passo alla volta la base europea di materiali, attrezzature e servizi, senza immaginare che ogni input si possa sostituire in tempi brevi.

Il territorio può dare una mano. A Catania l'investimento di STMicroelectronics punta sul carburo di silicio e sui semiconduttori di potenza; Novara potrebbe costruire competenze complementari nel packaging avanzato e nel testing. Due progetti, però, non fanno ancora una filiera integrata. Mancano fornitori, personale qualificato, infrastrutture, ricerca applicata e clienti disposti a usare la capacità produttiva.

Dalla norma alla distinta base

Il punto operativo: la discussione di Bruxelles può arrivare fino a chi progetta e acquista apparecchiature elettroniche.

Se la disciplina definitiva introdurrà obblighi informativi negli appalti o per determinate categorie di prodotti, le imprese potrebbero dover ricostruire chi vende un componente, dove viene prodotto e quali dipendenze ne segnano la filiera. Per chi gestisce una distinta base, la tracciabilità potrebbe diventare uno strumento di gestione del rischio oltre che un adempimento.

Quanto costerà farlo dipenderà da tre fattori: i requisiti effettivamente adottati, le informazioni disponibili lungo la catena e la proporzionalità degli obblighi per le PMI. Da questo dipende anche la possibilità di trovare fonti alternative, qualificare una seconda fonte e documentare l'origine dei componenti. Che ogni fornitore presente in una gara pubblica debba ricostruire l'intera filiera, oggi, non si può affermare: bisogna aspettare la disciplina finale e gli atti che ne fisseranno l'ambito.

I Demand Accelerators lavorano sul versante opposto: rendere più leggibile la domanda attesa di semiconduttori europei e far parlare produttori e utilizzatori. Funzioneranno se al tavolo arriveranno, accanto ai grandi acquirenti, anche le imprese industriali che comprano microcontrollori, sensori e componenti di potenza in volumi più contenuti.

La vera domanda di Agognate

Torniamo al terreno alla periferia di Novara. Silicon Box sarà un gruppo con sede a Singapore che investe e produce nell'Unione. Se sarà ammissibile alle future misure europee lo dirà il testo approvato, non una bozza di compromesso.

La domanda che il caso lascia aperta va oltre la nazionalità. L'Europa saprà costruire una base industriale capace di sostenere impianti come quello di Agognate, dai substrati ai materiali specializzati, dalle attrezzature alle competenze? Il Chips Act 2.0 prova a rispondere legando investimenti, domanda e resilienza delle forniture. La proposta è ancora in negoziato, il finanziamento futuro non è definito e molto dipenderà da decisioni aziendali e condizioni globali.

Se il cantiere partirà nei tempi indicati, Novara sarà un passo concreto verso una maggiore capacità europea nel back-end. Da solo non dimostrerà che l'Unione ha risolto le proprie dipendenze. Mostrerà qualcosa di più utile: se l'Europa sa attrarre un investimento internazionale e trasformarlo in un ecosistema più robusto, senza scambiare la produzione sul proprio territorio per l'autonomia dell'intera filiera.

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