L’editoriale di novembre 2011!

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Produzione: un ritorno al futuro?

È curioso che, per quanto il momento sia sfavorevole a qualsiasi ottimismo, esistano motivi per pensare che qualcosa stia cambiando. Non si tratta certamente di rivoluzioni improvvise o di meccanismi che sovvertiranno magicamente la difficile situazione in cui ci troviamo, ma semplicemente dei bagliori di speranza sul medio-lungo periodo.  Sto naturalmente parlando di quella tendenza che da qualche tempo sembra affacciarsi con sempre maggiore insistenza in molte realtà produttive italiane ed europee: il ritorno verso casa delle produzioni. E, naturalmente, non parlo solo del settore elettronico.
Prendendo spunto da una recente analisi pubblicata dal Boston Consulting Group (BCG) sulla produzione industriale statunitense, nei prossimi cinque anni il “Made in USA” sarà sempre più comune. Ciò per due fattori fondamentali: per l'apertura di stabilimenti produttivi sul territorio degli Stati Uniti e per un costante aumento dei costi della manodopera estremo orientale. Partiamo da quest'ultimo punto.
Secondo l'analisi di BCG, il costo del lavoro in Cina sta aumentando mediamente del 17% ogni anno; se si considera che il costo di un salario medio cinese in una città come Shanghai è di circa il 30% inferiore rispetto a quello medio americano e considerando che tale costo incide del 20-30% sul prezzo del prodotto finito, il vero risparmio del lavoro in Cina si riduce al 10-15% di quello occidentale, senza considerare naturalmente i costi aggiuntivi (cioè i costi di magazzino e i costi di spedizione). È chiaro che, se si considerano questi ultimi, i vantaggi diventano - percentualmente - inferiori alle due cifre, per azzerarsi quasi completamente nei casi migliori.
Ora, l'apertura di stabilimenti in territorio americano è una conseguenza - almeno in parte - di questa potenziale situazione. Per fare un semplice esempio lontano dal nostro mondo, la Caterpillar ha recentemente inaugurato uno stabilimento di 600.000 mq a Victoria, nel Texas. Si tratta di una struttura che permetterà di offrire lavoro a più di 500 persone, triplicando l'attuale produzione interna e con i benefici economici e sociali che ben si possono immaginare.
Questo è solo un esempio e l'analisi di BCG si limita agli Stati Uniti, ma tendenze simili sono presenti anche in Europa; nel piccolo lo citiamo in un articolo a p. 100. La tendenza a tornare verso l'Europa è sempre più forte anche nel settore dell'elettronica. Molte sono le aziende che, soprattutto là dove non siano richiesti altissimi volumi, iniziano a trovare più interessante investire in prodotti locali, senz'altro più sicuri per qualità, competenze tecnologiche del personale e vicinanza geografica dei centri di produzione.
Sono però ancora moltissimi quelli che preferiscono tenere come unico punto di riferimento valido il prezzo. Questi, nel medio e lungo termine, non aiuteranno la produttività europea a ripartire e non creeranno le basi per risanare e dare opportunità di crescita a un tessuto industriale che in questo momento sta soffrendo in modo acuto.
Non si tratta di protezionismo, sia ben chiaro, ma di una piccola opportunità che sarebbe un peccato non affrontare e che ci consentirebbe di affrontare il futuro con meno inquietudini e maggiore ottimismo.

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