Nel 15° Piano quinquennale, Pechino non parla più di chip: parla di modelli, di cloud e di applicazioni. I controlli all’export americani presidiano ormai un campo di battaglia che si è già spostato altrove
Nelle 141 pagine presentate all’Assemblea Nazionale del Popolo il 5 marzo 2026, la parola “macchina litografica” non compare nemmeno una volta. Lo stesso vale per “wafer fab” e “EUV”: l’intero lessico con cui Washington racconta la guerra dei semiconduttori sparisce dal quadro. Non è una svista, ma una scelta strategica calcolata.
Nel documento, l’intelligenza artificiale domina i riferimenti ai circuiti integrati con un rapporto di tredici a uno. La potenza di calcolo ottiene un capitolo autonomo, dedicato ai cluster iper-scala alimentati da grandi riserve di energia, progettati per addestrare modelli avanzati e trattare flussi di dati tali da sostenere, nelle proiezioni di Pechino, un’economia digitale da 12,5 punti di PIL entro il 2030.
Il termine che cambia tutto
Per la prima volta nella storia dei piani quinquennali cinesi compaiono esplicitamente gli ideogrammi 模芯雲用 — mó xīn yún yòng: modello, chip, cloud, applicazione. Non è uno slogan, ma una vera architettura industriale: quattro livelli integrati, con il termine “chip” collocato al secondo posto nella gerarchia strategica.
Il cambio di paradigma è netto. Scompare l’obiettivo simbolo di "Made in China 2025" — il 70% di autosufficienza nella produzione di semiconduttori, mancato di circa 50 punti — e al suo posto arriva una metrica completamente diversa: portare il valore aggiunto dell’economia digitale al 12,5% del PIL entro il 2030. In altre parole, Pechino non si giudica più dal numero di chip che escono dalle fabbriche, ma da quanto profondamente l’infrastruttura computazionale riesce a penetrare nell’economia reale.
Questo non significa che la manifattura sia passata in secondo piano. Il nuovo piano annuncia “misure straordinarie” per i circuiti integrati avanzati, un lessico che nei documenti di bilancio americani rimanderebbe alla mobilitazione bellica. Ma questi interventi non sono più il traguardo finale: diventano le fondamenta di una piramide che ha al vertice i modelli, le piattaforme cloud e le applicazioni ad alto impatto.
L’esperimento DeepSeek ha già fornito la prova concettuale: con architetture software ottimizzate e hardware di generazione precedente è comunque possibile avvicinarsi alla frontiera dell’intelligenza artificiale. Pechino ha incorporato questa logica nella propria pianificazione di Stato, trasformando il vincolo tecnologico su chip e litografia in un incentivo a ripensare l’intera catena del valore digitale.
Perché i controlli coprono il fronte sbagliato
Il Bureau of Industry and Security ha costruito un sofisticato sistema di controlli sul fronte manifatturiero: dalle macchine litografiche ai chip sopra determinate soglie di FLOP, fino alla high‑bandwidth memory. L’assunto di fondo è semplice: chi controlla la produzione controlla anche la capacità. Ma il nuovo Piano quinquennale mette in discussione questo paradigma, perché i livelli due, tre e quattro della filiera — modelli, cloud, applicazioni — restano di fatto fuori da ogni regime di export control significativo.
Nel gennaio 2026, recependo l’annuncio di Donald Trump dell’8 dicembre 2025, il BIS ha allentato ulteriormente la presa, passando a una “revisione caso per caso” per chip avanzati come Nvidia H200 e AMD MI325X, proprio mentre Pechino aveva già smesso di considerarli l’asset strategico decisivo. È uno slittamento di timing che apre un varco evidente. L’altro è strutturale: Washington non ha ancora introdotto vincoli sull’accesso di attori stranieri alla potenza di calcolo remota statunitense.
Oggi server che addestrano modelli cinesi possono trovarsi fisicamente negli Stati Uniti senza violare alcuna norma esistente. Il cloud computing resta così blind spot regolatorio riconosciuto, ma ancora non colmato, la vera zona grigia del controllo tecnologico americano
Un fronte non presidiato
Il Piano formalizza una strategia di espansione mirata verso i paesi in via di sviluppo: nasce l’idea di una World AI Cooperation Organization, di una piattaforma di intelligenza artificiale legata alla Belt and Road e di un supporto diretto ai paesi del Global South per rafforzarne le capacità nel settore. Non è filantropia, è architettura di dipendenza infrastrutturale: la forma più resistente, perché si radica prima ancora che maturi una chiara percezione del rischio.
I modelli cinesi occupano già posizioni di rilievo tra i più scaricati su Hugging Face, grazie a costi più bassi, requisiti hardware contenuti e un’ottimizzazione pensata per mercati con infrastrutture limitate. Se Africa, Asia meridionale e America Latina costruiranno la loro infrastruttura di AI su cloud e modelli cinesi, la biforcazione tecnologica globale prenderà forma per default, senza che nessun governo dichiari apertamente da che parte stare.
Il Piano spinge oltre questo disegno: Pechino punta a promuovere framework di governance dell’AI insieme ai paesi del Sud globale, per fissare le regole del gioco prima che l’Occidente riesca a presentare un’alternativa credibile. Chi scrive gli standard di un’infrastruttura ne orienta l’evoluzione per decenni.
La vera domanda strategica che il Piano consegna a Washington non è più “come rallentiamo la Cina al livello uno?”. È un’altra, molto più scomoda: chi sta presidiando i livelli due, tre e quattro e da quanto tempo li abbiamo lasciati sguarniti?



