Dietro l’estrazione c’è molto di più, i problemi delle materie prime in Italia e in UE

Eurispes

Un dettagliato studio Eurispes individua i nodi da risolvere per ridurre la dipendenza e l’impatto sull’economia delle materie prime critiche. Scarse in UE, non solo per le miniere ma anche per la lavorazione.

Sempre argomento delicato, il discorso sulle materie prime critiche si presta spesso a interpretazioni di vario tipo, non sempre pertinenti e giustificate. Al di là dei risvolti geopolitici, la priorità resta garantirne l’approvvigionamento regolare, nel rispetto delle leggi dell’economia ma anche di quelle sociali. Inoltre, spesso si mette al centro dell’attenzione la semplice reperibilità, mentre altrettanto importante è la quantità disponibile, insieme alla capacità di garantirne la relativa filiera.

È l’argomento del quale si è occupata di recente Eurispes, con uno studio orientato a questi aspetti, così come alle dipendenze strutturali e alla vulnerabilità. Sotto osservazione, la crescita della domanda di minerali come litio, rame, nichel, cobalto e terre rare. L’insieme dal quale scaturisce una di quelle presentate come tra le principali sfide industriali dei prossimi decenni.

Secondo Eurispes, «La questione non riguarda tanto la disponibilità geologica delle risorse, quanto la capacità di trasformarle in offerta effettivamente fruibile in tempi compatibili con la crescita della domanda. La concentrazione delle filiere, i tempi lunghi necessari per sviluppare nuova capacità produttiva e l’elevata dipendenza dalle importazioni, rappresentano i principali fattori di vulnerabilità per l’Europa e per l’Italia».

Nel 2023, il commercio mondiale delle materie prime critiche ha raggiunto un valore di circa 1.925 miliardi di dollari. Di questi, oltre 770 miliardi relativi a minerali direttamente collegati alla transizione energetica. Vale a dire, batterie, veicoli elettrici, reti di trasmissione, impianti fotovoltaici, turbine eoliche, semiconduttori e sistemi di accumulo.

Le previsioni sulla domanda mostrano la dimensione del fenomeno. Secondo gli scenari dell’International Energy Agency, tutte le principali materie prime critiche registreranno aumenti significativi nei prossimi decenni. Il caso più noto è quello del litio: nello scenario Net Zero la domanda potrebbe aumentare del 242% già entro il 2030 e del 794% entro il 2050 rispetto ai livelli del 2024. Anche la grafite presenta una crescita molto sostenuta, con incrementi stimati fino al 237% entro il 2040.

Non solo terre rare

Il ragionamento proposto nell’introduzione è perfettamente interpretato dal rame. A differenza del litio, simbolo della transizione energetica, proprio da questo minerale ampiamente utilizzato, e quindi quasi scontato, potrebbe rappresentarne uno dei principali vincoli operativi. Nel 2024, il consumo mondiale ha raggiunto circa 26,7 milioni di tonnellate. Le percentuali di crescita previste sono inferiori a quelle osservate per altre materie prime, ma vengono applicate a una base di consumo enormemente più elevata. Un aumento stimato compreso tra il 29% e il 55% del più sfidante scenario a zero emissioni nette al 2050, implica quindi la necessità di immettere sul mercato milioni di tonnellate aggiuntive di materiale. Considerata la presenza nelle reti elettriche, nelle infrastrutture energetiche, nei sistemi di accumulo e nei veicoli elettrici, il rame viene inquadrato come uno dei materiali maggiormente esposti al rischio di squilibri tra domanda e offerta.

La crescita della domanda non sarebbe necessariamente problematica se il sistema produttivo fosse in grado di adattarsi rapidamente. Il punto critico viene individuato però nell’offerta caratterizzata da una forte rigidità strutturale. Per sviluppare un nuovo progetto minerario sono spesso necessari tra i dieci e i quindici anni. Alla fase estrattiva devono poi aggiungersi ulteriori anni per la realizzazione degli impianti di raffinazione, trasformazione e riciclo. Nel complesso, l’espansione dell’offerta richiede tempi che risultano spesso incompatibili con la velocità con cui cresce la domanda.

È solo l’inizio di una serie di complicazioni distribuite lungo l’intera filiera. Le attività di raffinazione e trasformazione risultano infatti molto più concentrate rispetto all’estrazione. Nel caso delle terre rare, la Cina controlla circa l’80-90% della capacità mondiale di raffinazione. Per la grafite utilizzata negli anodi delle batterie, la quota supera il 90%, mentre per litio e cobalto una parte molto consistente della capacità globale di lavorazione continua a essere localizzata nello stesso Paese.

Non basta quindi guardare alla presenza di risorse geologiche in diverse aree del mondo. Il litio viene estratto principalmente in Australia, Cile e Cina, mentre il cobalto proviene in larga parte dalla Repubblica Democratica del Congo. Tuttavia, una quota molto rilevante delle attività di trasformazione continua a concentrarsi in pochi poli industriali.

L’UE e il rischio dipendenza

In particolare, l’Unione europea si trova in una posizione valutata da Eurispes come molto esposta. Per numerose materie prime considerate strategiche, la dipendenza dalle importazioni raggiunge o si avvicina al 100%. È il caso del litio, delle terre rare leggere e pesanti, del magnesio, del niobio e del titanio. Anche per grafite, manganese, gallio e cobalto le quote di dipendenza risultano estremamente elevate. In molti casi la vulnerabilità riguarda non soltanto l’approvvigionamento, ma anche l’accesso ai materiali raffinati e trasformati necessari alle attività industriali.

La situazione attuale è ben rappresentata dal confronto con gli obiettivi fissati dal Critical Raw Materials Act. Entro il 2030 l’Unione europea punta a coprire almeno il 10% del proprio fabbisogno attraverso attività estrattive interne, il 40% tramite attività di trasformazione localizzate nel territorio europeo e il 25% attraverso il riciclo.

Oggi, tuttavia, l’estrazione copre soltanto una quota compresa tra il 3% e il 5% del fabbisogno europeo, la trasformazione si colloca attorno al 10-15%, mentre il contributo del riciclo rimane inferiore al 5% per gran parte delle filiere considerate. La parte più complessa della sfida europea riguarda quindi la costruzione di capacità industriali nelle fasi intermedie della catena del valore.

L’Italia non fa eccezione

L’Italia riflette molte delle caratteristiche che emergono a livello europeo. Pur disponendo di una forte specializzazione manifatturiera, il Paese dipende quasi interamente dalle importazioni per la maggior parte delle materie prime critiche utilizzate dall’industria. Attualmente vengono estratte soltanto fluorite e feldspato, distribuite in 22 siti su circa 76 miniere attive presenti sul territorio nazionale.

Allo stesso tempo, le attività di mappatura realizzate da ISPRA mostrano un potenziale minerario più ampio di quanto generalmente percepito. Sardegna, Toscana, Lazio, Piemonte, Liguria e alcune aree alpine presentano evidenze relative a numerose materie prime di interesse strategico. A questo si aggiunge un patrimonio costituito da circa novecento siti minerari metalliferi sfruttati in passato e oggi non più operativi.

In molti casi, le prospettive di sviluppo riguardano non soltanto nuovi progetti estrattivi, ma anche la possibile riattivazione di siti storici e il recupero di materiali da scarti e rifiuti minerari. Va però evidenziato come si tratti di un potenziale che non coincide automaticamente con una futura capacità produttiva. Una serie di aspetti come procedure autorizzative, sostenibilità economica, investimenti e accettabilità sociale, continuerà a influenzare pesantemente lo sviluppo di eventuali progetti.

Un ruolo importante potrebbe essere svolto anche dalle risorse secondarie. Nel 2023, in Italia sono state raccolte circa 510mila tonnellate di rifiuti dai RAEE. Il tasso di preparazione per il riutilizzo e il riciclo ha raggiunto l’84,2%, mentre il recupero complessivo si è attestato al 93,9%. Si tratta di risultati rilevanti dal punto di vista della gestione dei rifiuti, ma che non si traducono automaticamente in un recupero altrettanto elevato delle materie prime critiche contenute nei dispositivi elettronici. L’operazione continua infatti a essere limitata dalla complessità tecnologica dei processi di separazione e raffinazione.

In conclusione, secondo Eurispes, le prospettive dipenderanno quindi meno dalla disponibilità delle materie prime e più dalla capacità di trasformarle in offerta effettivamente disponibile. «Le risorse esistono, ma richiedono investimenti, capacità industriali, tempi autorizzativi e competenze tecnologiche che difficilmente possono essere sviluppati nel breve periodo – conclude il rapporto -. Per l’Europa e per l’Italia la questione non consiste nel raggiungere l’autosufficienza, ma nel ridurre la vulnerabilità degli approvvigionamenti attraverso diversificazione, sviluppo industriale, riciclo e una maggiore capacità di presidio delle catene del valore».

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