La libertà energetica dell’Europa passa dall’elettrificazione rinnovabile. La dipendenza da combustibili fossili è un problema sotto diversi aspetti. La soluzione è puntare su fotovoltaico ed eolico, partendo da mobilità elettrica e pompe di calore
La dipendenza di quasi tutti i Paesi europei dai carburanti fossili d’importazione rappresenta un limite importante, anche per la sicurezza nazionale. Si tratta di una situazione difficile da superare in tempi brevi, in cui una maggiore spinta verso l’elettrificazione e le fonti rinnovabili potrebbero dare un contributo significativo. Questa tesi, ormai nota da tempo, si scontra però con una capacità d’azione che al momento non appare ancora abbastanza decisa. Secondo uno studio Ember, ciò comporta ripercussioni rilevanti sul costo dell’energia e sulle prospettive di maggiore indipendenza, nonostante la strada da seguire risulti ormai chiara.
Investire di più sull’intero sistema di produzione, accumulo e gestione delle energie rinnovabili significa, infatti, garantire stabilità e controllo dei costi, alimentando fiducia e una spinta all’economia. Questo comporta anche vantaggi non secondari sulla qualità dell’aria e, di conseguenza, sulla salute pubblica. Secondo i dati Ember, nel 2024 in Europa il 58% dell’energia è stato prodotto da fonti fossili d’importazione, una percentuale molto più alta rispetto alla Cina (24%) e all’India (37%). Inoltre, affidandosi a un numero ristretto di fornitori, si riducono i margini di trattativa: l’83% della materia prima, infatti, proviene da appena quattro partner.
Pur essendo cambiati i soggetti coinvolti, la situazione non è molto diversa da quella precedente alla crisi innescata dall’invasione russa in Ucraina. Nel periodo 2021-2024, l’UE ha speso 930 miliardi di dollari in più rispetto al necessario per cambiare partner e trovare regolarità nelle forniture. Su una spesa complessiva di 1,8 trilioni di dollari, la cifra indicata rappresenta il sovrapprezzo rispetto agli anni precedenti per la stessa quantità acquistata
Dall’elettrificazione la scossa necessaria
In assenza di risorse naturali proprie, la via migliore per uscire da questa situazione è individuata nell’elettrificazione, passando per le energie rinnovabili. Attualmente la situazione non si può considerare del tutto negativa, anzi. Per quanto riguarda la produzione elettrica, solo il 19% è riconducibile ai combustibili fossili. D’altra parte, la situazione è esattamente opposta nel settore dei trasporti, dove si è ancora all’88%.
Per l’UE, quindi, la decarbonizzazione non è solo una questione ambientale. Risorse come sole e vento sono ampiamente disponibili in praticamente tutti i Paesi, e sfruttarle a dovere significa prima di tutto indipendenza energetica. Si tratta del più veloce e, al momento, anche l’unico sistema per uscire da una situazione scomoda.
In generale, un quinto della domanda di energia in UE è soddisfatta con l’elettrico. Tuttavia, all’interno dei singoli Stati si registrano differenze significative. Si passa infatti dal virtuoso 48% della Svezia al 12% della Polonia. In un settore particolarmente energivoro come la produzione di acciaio, la Francia si affida per il 57% a energia elettrica (grazie anche a una presenza importante di centrali nucleari), mentre la Slovacchia non va oltre il 18%.
Secondo Ember, i margini di miglioramento sono ancora ampi e bene individuati. A partire sicuramente dai trasporti, ma non solo. Anche gli impianti di riscaldamento svolgono un ruolo importante nella transizione.
La discussione in corso all’interno dell’UE, con relative ambizioni in tema di sostenibilità, indica la possibilità di dimezzare la dipendenza da combustibili fossili importati entro il 2040. L’elettrificazione svolge un ruolo chiave in questa strategia, con l’obiettivo di arrivare a ridurre dell’86% quella riferita alla produzione. Quindi, in questo contesto, vengono esclusi i trasporti.
Gli esempi da seguire non mancano, a partire dalla Danimarca, dove la diffusione delle auto elettriche permette ogni anno di ridurre dell’11% le importazioni di greggio.
La fragilità della dipendenza
Su alcuni punti, lo studio Elmer è andato più a fondo. A partire dal capire come e quanto la dipendenza UE da fonti fossili si traduca in vulnerabilità. Non solo a livello economico, ma ancora di più a livello politico, con il rischio di vedersi oggetto di speculazioni, se non addirittura di interruzioni puramente arbitrarie.
Su questo fronte, la crisi ucraina è servita se non altro a smuovere le acque. Nel 2021, il 43% del gas importato arrivata dalla Russia, insieme al 27% del petrolio. Ora, a fine 2024, si parla rispettivamente del 18% e del 3%. Una tendenza destinata a chiudere i rapporti nel 2027, anche se dagli analisti viene osservato come sarebbe stato possibile, e utile anticipare la scadenza a fine 2025.
In realtà, il problema è stato solo spostato, perché in questo intervallo di tempo gli USA sono diventati il principale fornitore di petrolio e gas LNG e, più in generale, i secondi dopo la Norvegia. L’ultimo anno ha dimostrato come anche questa strada in realtà non sia meno rischiosa.
In generale, nel 2021 l’86% delle importazioni UE di gas dipendevano da quattro Stati, mentre oggi si è scesi di poco, all’83%. Leggermente diversa è la situazione sul fronte del petrolio, ma non abbastanza. Il 60% proveniente da cinque fornitori nel 2021, attualmente è fermo al 54%.
Se i rischi legati agli USA come conseguenza dei dazi possono avere un impatto pesante, questo non è l’unico problema. Gli approvvigionamenti da Paesi come Egitto e Nigeria risentono di una sempre alta instabilità politica, ma anche di infrastrutture non sempre all’altezza; così come i trasporti via nave attraverso punti delicati come il Canale di Suez o lo Stretto di Hormuz.
Tutto questo si traduce inevitabilmente in una lievitazione dei costi. Tra il 2021 e il 2022 il prezzo del petrolio greggio è praticamente raddoppiato, il carbone quadruplicato e il gas naturale passato da 15 euro/MWh a 350 euro/MWh. Oggi la situazione è un po’ più tranquilla, anche se, per esempio, la quotazione del gas resta sui 41 euro/MWh.
Di fronte all’impossibilità di superare questa dipendenza con risorse dirette, la soluzione più efficace è rappresentata da una strada alternativa: l’elettrificazione sostenuta da fonti rinnovabili, come indicato anche da Ember. Questa scelta non riguarda solo l’aspetto ecologico, ma sostiene anche l’economia comunitaria.
Alla fine del 2023, l’energia elettrica copriva il 22% della produzione totale. L’obiettivo dell’UE è raggiungere il 32% entro il 2030 e puntare a un ambizioso 50% entro il 2040. Ciò significherebbe ridurre la dipendenza dalle materie prime fossili di circa due terzi, portandola a un più gestibile 30%.
Il discorso non riguarda solo le quantità nominali. Il potenziale dell’energia elettrica è da ricercare anche nell’efficienza. Dove, per esempio, un motore a benzina o gasolio non riesce a tradurre in energia a uso del movimento più del 20% di combustibile, il motore elettrico arriva al 90%. Così come una pompa di calore è tre volte più efficiente di un sistema di riscaldamento a gas.
Nel 2024, la diffusione delle autovetture elettriche ha permesso di acquistare 52 milioni di barili di petrolio in meno, l’1,5% delle importazioni. L’utilizzo delle pompe di calore ha invece evitato il consumo di circa 5,5 miliardi di metri cubi di gas fossile, pari al 3% della domanda totale dell’UE o all’11% delle importazioni di gas dalla Russia.
Sole e vento sinonimo di libertà energetica
Investire in eolico e fotovoltaico e, per quanto sia ancora possibile, nell’idroelettrico per l’Europa non è quindi solo una questione ambientale. Una strategia convinta ed efficace si traduce presto in autonomia energetica e, di conseguenza, anche in un maggior potere decisionale.
Un esempio in questa direzione arriva ancora una volta dalla Cina, dove nel 2023 il livello di elettrificazione ha raggiunto il 23% del fabbisogno energetico. Questo percorso è stato intrapreso con la stessa motivazione: ridurre la dipendenza dalle forniture estere. Sebbene non sia particolarmente appariscente, si è rivelato efficace, considerando la progressione dai valori trascurabili all’inizio del secolo al 20% raggiunto nel 2020.
Il problema dell’Europa al riguardo resta sempre una certa disomogeneità. Considerando in questo contesto anche la Norvegia extra UE, con il 47% uno dei Paesi più elettrificati al mondo, e la Svezia al 33%, non ci sono altre presenze tra i primi dieci. D’altra parte, nazioni come la Lituania e la Romania, entrambe al 15%, sono invece all’estremo opposto.
La necessità di una strategia condivisa e uniforme si fa sentire sull’economia continentale. Se in media il 26% delle abitazioni possono già fare affidamento solo su energia elettrica, si passa dal 48% della Svezia al 12% della Polonia. Sul fronte industriale, se si guarda al 37% medio della produzione di acciaio, al 57% della Francia si contrappone il 18% della Slovacchia. Un divario dal quale emergono anche le prospettive di poter migliorare la situazione, prendendo spunto proprio da chi è già nelle fasi più avanzate della transizione.
Complessivamente, oggi il 22% della domanda di energia nell’UE è soddisfatto dall’elettrico. Ember stima, tuttavia, in un altro 67% il margine di miglioramento, semplicemente sfruttando tecnologie esistenti e consolidate, come la mobilità elettrica e le pompe di calore. In dettaglio, il 30% può essere ricavato dalle auto elettriche, il 19% dall’efficienza delle abitazioni e il restante 11% dall’industria.
Per un approfondimento ulteriore di quanto trattato, si consiglia la visione del sito: https://ember-energy.org/latest-insights/shockproof-how-electrification-can-strengthen-eu-energy-security/



