Cercasi visione strategica per l’elettronica italiana

LA PAROLA A... MARCO VECCHIO –

L’Italia elettronica sta soffrendo e aumenta il numero di Pmi con i bilanci in sofferenza. Servono interventi strutturali coordinati da Roma. Il Ministero per lo Sviluppo Economico sembra voler imboccare la direzione giusta, fortemente sollecitato da ANIE. Ne parliamo con Marco Vecchio.

Quali sono stati per il 2013 i
risultati per i componenti elettronici in Italia?



Non buoni. Il settore della
produzione di componenti elettronici in Italia, che vale complessivamente circa
3,5-4 miliardi di euro, nel 2013 ha mostrato pesanti segnali di sofferenza. I
dati definitivi non sono ancora disponibili, ma possiamo stimare che sia
diminuito intorno al 10% - 11%. Questa cifra va analizzata più in dettaglio. La
produzione per la domanda interna è crollata riducendosi del 19%, mentre l'export
ha contenuto i danni con una diminuzione solo del 2%. Numeri già brutti di per
sé, ma ancora più deludenti se confrontati con il mondo manifatturiero nel suo
complesso che, nel 2013, in Italia ha perso solo il 3%. I componenti
elettronici quindi si sono comportati molto peggio della media dell'industria
manifatturiera in generale.


 


Una situazione piuttosto
problematica per le aziende del settore.


Sì. Abbiamo
provato ad approfondire la nostra analisi per valutare lo stato di salute delle
PMI; le piccole e medie imprese del nostro settore, la vera colonna portante
dell'industria manifatturiera italiana nell'elettronica. Ebbene, l'EBITDA (cioè
il profitto prima delle tasse e degli ammortamenti) per le PMI ormai è in
diminuzione dal 2011. C'è stata un'inversione di tendenza rispetto agli anni
2010 - 2011, quando le PMI riuscivano comunque ad aumentare i margini di
guadagno nonostante la criticità del mercato. Oggi hanno il fiato corto e si
trovano ad affrontare conti economici aziendali sempre più difficili da gestire.


 


Immagino
che, al solito, si salvino soprattutto quelle società che investono
sull'innovazione e che riescono ad esportare.


Assolutamente
no. Anzi, sono proprio le aziende che esportano e innovano di più ad aver avuto
i risultati economici peggiori. Questa è una situazione davvero critica.
Significa che il nostro tessuto industriale non è in grado di aiutare le
aziende che investono. Abbiamo costi dell'energia troppo alti, costi del lavoro
troppo alti, infinite norme e pastoie che imbrigliano le aziende, oneri per la
sicurezza molto elevati. Sono fattori che pesano enormemente sulla
competitività, rispetto ai sistemi industriali di altri Paesi. C'è anche un
altro dato preoccupante. Nel nostro campione di PMI di elettronica, che
comprende le società che fatturano tra 1 e 50 milioni di euro, quelle con
EBITDA negativo sono davvero tante: il 14% del totale. Un numero troppo alto di
realtà con i conti in rosso!


 


Quindi?
cosa si può fare?


Stiamo
lavorando con il Ministero dello Sviluppo Economico. Devo dire che stiamo
avendo decisamente molta più attenzione che in passato e otteniamo ascolto dal
nostro interlocutore, il Sottosegretario di Stato Claudio De Vincenti. Abbiamo
aperto due diversi tavoli di lavoro e di confronto: uno sulla microelettronica
e sui semiconduttori, che riguarda quindi soprattutto le grandi aziende, e uno
invece sui componenti elettronici generali e che coinvolge un pubblico più
ampio di aziende, tra cui anche assemblatori di schede e produttori per conto
di terzi, gli EMS. Stiamo
cercando di impostare una visione strategica di lungo periodo. Vogliamo che
anche in Italia si inizi a considerare la microelettronica una delle “Key
Enabling Technology”, una tecnologia chiave per lo sviluppo futuro. Questo vuol
dire creare un ecosistema favorevole, dare un sostegno concreto alla Ricerca e
Sviluppo. Stiamo avendo qualche successo. È stato reintrodotto il concetto di
credito di imposta per le attività di ricerca. Si parla di defiscalizzazione
delle assunzioni finalizzate alla ricerca. Insomma, qualche segnale positivo
c'è, e si sta andando nella direzione giusta. Certo, per mandare avanti
programmi così complessi e importanti servirebbe un quadro politico un po'
stabile.


 


Altri temi
sul tavolo?


Nulla di
nuovo. Il costo dell'energia, che in Italia non è concorrenziale rispetto ad
altri Paesi. Il costo del lavoro. La capacità di accedere a risorse europee,
quando sono disponibili. La verifica che ovunque siano rispettati gli standard
di sicurezza e di protezione ambientale. C'è tantissimo da fare. Lo ribadisco,
però. Qualcosa si sta muovendo e i nostri interlocutori odierni sembrano aver
capito la gravità della situazione e ci ascoltano più che in passato. E
qualcosa fanno. Troviamo traccia delle nostre richieste nei decreti del governo
e nell'attività del Ministero dello Sviluppo Economico.


 


Ne esce un
quadro non proprio allegro della situazione dell'elettronica italiana. C'è
qualche settore in contro-tendenza?


Proviamo ad
analizzare i principali macro-settori applicativi in cui si può dividere
l'elettronica. La presenza di produttori di informatica e telecomunicazioni non
è certo più quella di una volta: sono segmenti in cui la delocalizzazione verso
altri Paesi è ormai avvenuta. Un tempo, in Italia l'industria degli
elettrodomestici cosiddetti “bianchi” era molto ben rappresentata e aveva delle
eccellenza da far valere. Oggi, la vicenda di Electrolux è su tutti i giornali.
Cosa resta, quindi? Rimane l'elettronica industriale, che dà ancora qualche
soddisfazione. E anche l'elettronica per l'automobile. Ecco: qui c'è un dato
positivo. Citiamolo. In base alle nostre rilevazioni per il 2013, che sono
ancora parziali e non completamente finalizzate, il mercato dei semiconduttori
per applicazioni nell'auto in Italia è cresciuto del 7,5%. Un ottimo risultato,
che segnala la presenza in Italia di punte di eccellenza e di un buon know-how
applicativo. C'è poi anche una buona produzione di elettronica militare: un
segmento non enorme, ma neppure piccolissimo. E anche qui c'è qualche segnale
positivo.


 


In questa
situazione, che riflessi può avere il sostanziale disimpegno dall'Italia di un
colosso della microelettronica come Micron?


 I riflessi
sono potenzialmente catastrofici. Tutto il nostro mondo si basa sul fatto che
l'Italia abbia forti competenze di tecnologia di base e un know-how importante.
Questa è la vera garanzia di sviluppo futuro. 
Dipende però molto dalla presenza di grandi aziende capaci di portare
avanti programmi di ricerca e sviluppo di ampio respiro. Questo bagaglio di
conoscenze all'avanguardia è addirittura più indispensabile di una presenza
manifatturiera. Crea ricadute tecnologiche, crea un indotto vivo e vitale, crea
ricchezza. Se perdiamo le grandi aziende che fanno ricerca, perdiamo anche
tutto l'ecosistema che gravita attorno a loro. All'estero, questo concetto è
chiaro da tempo e i governi si sono mossi di conseguenza. Da noi è mancata una
visione strategica di questo tipo. Lo ripeto: le cose sono cambiate e stiamo
riuscendo a farci sentire. Però è preoccupante vedere Micron, un protagonista
sulla scena mondiale, che svende a una piccola realtà tedesca (o italiana?) una
storica presenza manifatturiera ad Avezzano e che poi riduce drasticamente il
personale rimasto nel Nord Italia. Bisogna fare qualcosa. I tedeschi e i
francesi lo hanno capito prima di noi, e si sono dati da fare.


 


Altrimenti?


Altrimenti…
resteremo un Paese che acquista tecnologia, senza avere più un know-how
specifico da utilizzare e da vendere. E il declino diventa inevitabile.
L'indotto si prosciuga e si disperde ricchezza. Ci stiamo dando da fare perché
questo non capiti. Sembra che a Roma qualcuno ci dia ascolto. Speriamo che si
muova in fretta e nella direzione giusta.

Pubblica i tuoi commenti